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10 marzo 1945 : L’ECCIDIO DELLE CARZOLE E DI VIA BARACCA

La mattina del 10 marzo i 14 ostaggi indicati nell’Avviso esposto il giorno prima a Rimale, sono prelevati dalle prigioni di Piacenza e avviati su due autocarri con la scorta di venti nazifascisti verso Parma. Gli automezzi alle 22 circa arrivano a Fidenza, si fermano e ai prigionieri viene dato l’ordine di scendere. Il viaggio notturno non insospettisce i patrioti, quasi tutti piacentini. I prigionieri camminano verso Coduro, due per due in mezzo alla strada, mentre i tedeschi procedono in fila indiana da una parte e dall’altra.

Una squadra del Barabaschi, comandata da Full, si trovava nel campo sportivo di Fidenza, era scesa per ispezionare la via Emilia. Alcuni partigiani si trovavano sul tetto della biglietteria; Full stava proprio sulla biglietteria verso la Fidenza Vetraria. I partigiani vedono passare i tedeschi con in mezzo i prigionieri. Non comprendono affatto che i prigionieri sono condotti alla morte. I partigiani non attaccano per paura di uccidere i prigionieri. A Coduro la colonna si ferma; i prigionieri sono sempre in mezzo alla strada, mentre i tedeschi sono spostati sulle banchine verso il fosso.Un tedesco prende i primi due prigionieri, li porta per una strada laterale sulla sinistra, la strada delle Carzole. Si sentono quattro colpi; si vede la fiammata del mitra. Il tedesco ritorna e ne prende altri due; ancora quattro spari e nessun lamento. Raffaele Cerlesi ha capito e dice: “Qui ci ammazzano tutti”. È la volta di Verzè, Cerlesi e Sichel. Cerlesi dice: “Mi dispiace solo per mia figlia”. Si salutano, non ancora convinti di morire. Sichel vede che il tedesco fa coricare i suoi amici e poi con il mitra spara su loro due colpi in testa; intanto con il piede colpisce la testa inerte di un amico morto. Solo allora ha una reazione. Molla una pedata nella pancia al tedesco che aveva davanti e scappa.

Sichel fugge, fugge. I tedeschi sparano a lungo contro di lui, con le pallottole traccianti; gli lanciano anche una bomba che lo ferisce, facendolo cadere. Ma Sichel continua a fuggire per tutta la notte. All’alba giunge ad una tenuta del principe Meli Lupi di Soragna. Il principe fa curare il fuggiasco, poi lo fa accompagnare in montagna. Anche Baldini riesce a salvarsi: quando sta per ricevere il colpo di grazia, supino a terra, si copre il viso con le mani; il gesto istintivo gli salva la vita, poiché le pallottole lo feriscono superficialmente senza colpirlo a morte. Giace a lungo svenuto; quando riprende i sensi, si ritrova solo in mezzo ai suoi amici tutti morti. Non c’era più nessuno. Baldini allora raggiunge una cascina in fondo alla strada dove era avvenuta la strage.È accolto da Eugenio Morini e così riesce a salvarsi. I tedeschi intanto affiggono un avviso identico a quello del giorno prima, con la data però del 10 marzo. La domenica mattina dell’Il marzo, Albino Porcari avvisa il parroco di Coduro, don Francesco Stringhini, che era stato compiuto un terribile eccidio sulla strada delle Carzole. Il sacerdote accorre e nel dare l’assoluzione non riesce a trattenere le lacrime; giungono il dottor Catelli e il podestà Mosè, sfollato a Coduro. Il podestà e il parroco riescono ad ottenere dal Comando tedesco il permesso di seppellimento, anche se l’intenzione dei tedeschi era che i corpi dei giustiziati restassero esposti 3 giorni, per incutere terrore nella popolazione. Il lunedì mattina, Denti, becchino del cimitero di Fidenza, carica su un carretto le salme e le porta al cimitero di Parola.

In seguito, il 13 luglio ’45, per iniziativa di don Francesco Stringhini, la parrocchia di Coduro erigerà sul luogo della esecuzione una grande croce, fatta da Allegri Sperindio. Sulla porta della chiesetta, testimone di pace in un punto tanto caldo della Resistenza, durante la solenne ufficiatura una grande scritta ricordava: “MISERICORDIOSO ETERNO IDDIO, ACCETTA L’INCRUENTO SACRIFICIO DEL TUO DIVIN FIGLIO CHE OGGI SI OFFRE A SUFFRAGIO DEI 14 MARTIRI CHE OFFRIRONO LA LORO VITA PER LA MADRE PATRIA”.I morti erano solo 13, ma allora non si sapeva che, oltre Baldini, anche Sichel era riuscito a salvarsi. Guido Seletti (Bruch) stava sulla biglietteria del campo sportivo di Fidenza, quando la notte del 10 marzo erano passati i condannati a morte. Il partigiano aveva insistito per fare una raffica, ma inutilmente. Tutta la squadra lo aveva sconsigliato per paura di rappresaglie. Allora quel patriota, ferito nella sua sensibilità e determinazione, disse che voleva andarsene; così prese quell’uscita del campo sportivo che porta all’ospedale. Spericolato e audace com’era, va a compiere un’azione personale. Erano circa le 5 del mattino dell’11 marzo.

Con una raffica di bren Bruch cattura un camion che proveniva da Parma; salta sul predellino di sinistra dell’automezzo e intima all’autista di proseguire per la prima strada di sinistra, per la strada della Bionda, verso le basi partigiane. L’autista, invece, prosegue sulla via Emilia e lo porta al posto di blocco, all’incrocio Fidenza-Tabiano. Bruch vede una persona che con una lampadina rossa faceva cenno al camion di fermarsi; come s’accorge che si trattava di un fascista, scende dal predellino, gira dietro il camion, si porta contro il milite che parlava con l’autista e con una raffica lo uccide.S’impossessa dell’arma e fugge lungo la strada di Tabiano tra gli spari dei fascisti. Subito dopo la morte di quel fascista, a Fidenza, in via Baracca, vennero trucidati, in quella mattina dell’11 marzo, tre patrioti: Luigi Pezzali, Arnaldo Fava e Celino Brambilla. I tre avevano operato come membri della 7Sa Brigata S.A.P. vicino a Fontanellato, comandata da Ballarini (Bongiorni). Fava, commissario della Brigata; subì per 7 giorni torture indicibili a Fidenza alla casa “Littorio” e poi ancora a Parma nella sede della SO a Legione. I tre, portati a Fidenza, ricevettero il conforto religioso da don Celestino Pelizziari di Parma, e poi furono giustiziati.

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