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12 Aprile 1973, a Milano i neo fascisti legati al Msi assassinano l’agente di polizia Antonio Marino

Quel 12 aprile il tempo era grigio e carico di pioggia. Ma non furono le nuvole ad oscurare il cielo su Milano. Neppure il temporale che si annunciava, ma un solo boato, accompagnato da una nube bianca di fumo levata sopra l’asfalto tra via Felice Bellotti e via Kramer. Cinque agenti della seconda compagnia del Terzo reparto celere finirono a terra, investiti dall’esplosione. Uno non si rialzò. L’agente Antonio Marino, 22 anni da Puccianiello in provincia di Caserta, venne investito da una scarica di schegge e dai «46 grammi circa di esplosivo» di una bomba a mano Srcm mod 35.

L’esplosione frantumò la cravatta, la catenina d’oro, il copricanna in legno del moschetto 91 e scagliò a distanza l’accendino che il poliziotto aveva nella giubba. Per Antonio Marino non ci fu niente da fare. la bomba Srcm lanciata a pochi metri di distanza lo aveva colpito nella parte alta del torace squarciandogli il petto. Anche un ragazzo di 14 anni che passava da quelle parti venne colpito da un proiettile e rimase gravemente ferito. Sul torace – scrisse il medico legale – «uno squarcio ad andamento circolare irregolare misurato in centimetri 30». Quel giorno era il 12 aprile 1973. Era un giovedì. Il giovedì nero di Milano.

Le immagini sconvolgenti dell’agente ucciso a Milano

La morte dell’agente Antonio Marino non era stata la fine, e nemmeno l’inizio. Il principio di quel giovedì nero era stato il 7 aprile quando Nico Azzi, militante del gruppo neofascista «La Fenice», fronte milanese di Ordine nuovo, era rimasto ferito in Liguria sul direttissimo Torino-Roma, mentre tentava di innescare due panetti d’esplosivo. Poi era arrivata la richiesta di una manifestazione da parte dei vertici del Movimento sociale italiano, con gli onorevoli Franco Servello, Francesco Petronio e il leader dei b oia chi molla Ciccio Franco. Corteo vietato dal questore Ferruccio Bonanno e dal prefetto Libero Mazza, ma comunque organizzato proprio per giovedì 12 aprile. Le polemiche della vigilia, con i vertici dell’Msi milanesi che gridarono al complotto contro la libertà democratica, servirono soltanto a incendiare l’aria. Gli anni del terrorismo rosso, dei movimenti studenteschi, dell’ascesa del terrore nero tra l’Msi che alle elezioni del 1972 aveva sfiorato il 10 per cento e la leggenda della «maggioranza silenziosa», che servì soltanto come pretesto per organizzare quella manifestazione nonostante il divieto delle autorità. In piazza scesero anche i fratelli Romano e Ignazio La Russa, responsabile del Fronte della gioventù e nel 2008 ministro della Difesa, e Giovanni Stornaiuolo, poi consigliere provinciale.

La testimonianza di Maurizio Murelli sul giovedì nero di Milano, 12 aprile 1973 in cui l’agente Marino rimase ucciso nel corso di scontri violentissimi tra forze dell’ordine ed estrema destra. Murelli fu condannato per concorso in omicidio.

Quel giorno, con l’agente Marino morto sull’asfalto, cadde anche l’ipocrisia e l’ambiguità di parte del movimento di destra che predicava ordine e rispetto delle leggi democratiche e lanciava bombe a mano contro la polizia. Non fu la fine, perché l’arresto di Vittorio Loi, figlio del pugile-leggenda Duilio, e dell’altro giovane militante neofascista Maurizio Murelli, non portò alla completa verità su quella giornata di 43 anni fa. Non chiarì, ad esempio, il ruolo dei vertici dell’Msi nazionale e milanese, inquisiti e prosciolti per il ruolo di «istigazione», «organizzazione» e «copertura» di quella manifestazione. Non fermò, anzi diede linfa all’escalation neofascista, i depistaggi della strage di piazza Fontana (1969), i rapporti con uomini dei Servizi segreti, il terrorismo di Ordine nuovo.

A proposito di Sergio Ramelli

 

Di quel giovedì nero, oltre alla targa che ricorda il sacrifico dell’agente Marino, alla medaglia d’oro al merito civile assegnata nel 2013 e alle condanne di Loi e Murelli, rispettivamente a 18 anni e 8 mesi e 17 anni e 6 mesi, non resta neppure parte del fascicolo processuale, distrutto nel 1975 in un incendio doloso all’interno dei locali di Palazzo di Giustizia. La documentazione storica di quei giorni, dell’indagine, degli infiniti processi è stata riportata alla luce dalle ricerche di Saverio Ferrari, anima dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre, e autore del volume «12 aprile 1973. Il giovedì nero di Milano», edito da Redstar press (208 pagine, 16 euro ).

«Il giovedì nero – scrive Ferrari – fu pensato come una prova di forza da parte dell’insieme dell’estrema destra milanese, già avvezza a scontri con le forze dell’ordine, in primis dall’Msi, sospinto dalle sue organizzazioni giovanili che si sentivano frustrate dall’egemonia delle sinistre a Milano». In quella giornata «emersero e si palesarono tutte le componenti del complesso arcipelago neofascista: da quelle più propriamente di partito, con i suoi dirigenti in testa e le sue strutture paramilitari, come i Volontari nazionali, ai “sanbabilini” con le diverse bande che li animavano, gruppi criminali comuni e sottoproletari compresi, alle varie formazioni extraparlamentari e terroristiche».

 Antonio Marino era nato il 10 giugno 1950 a Puccianiello, in provincia di Caserta, un paese povero, dove i giovani emigravano sistematicamente al Nord e all’estero in cerca di lavoro. Suo padre aveva 62 anni, non riusciva a mantenere la famiglia: la moglie Agnese, malata di diabete e i sette figli, quattro maschi e tre femmine. Antonio sapeva di pesare in famiglia. Su suggerimento di un fratello, fece domanda di arruolamento nel corpo della Pubblica Sicurezza. Si sentiva un privilegiato perché non era stato costretto ad emigrare e, soprattutto, era finalmente felice perché aveva trovato un ruolo nella propria vita: quello di poter servire lo Stato. Il ragazzo fu dapprima mandato alla scuola di polizia di Nettuno, poi venne trasferito ad Alessandria e successivamente a Milano. Antonio mandava a casa tutti i mesi un vaglia di 50 mila lire. Era uno sforzo notevole per lui che guadagnava 90 mila lire al mese. Ma lo faceva per comperare il corredo alla sorella Bruna, 22 anni, che si sarebbe dovuta sposare. Solo il mese precedente la sua tragica fine aveva saltato la spedizione del denaro: aveva chiesto a sua madre il permesso di acquistare a Milano un vestito, giacca e pantaloni. Sua madre gli aveva raccomandato di cercare di risparmiare qualche migliaio di lire. Telefonava alla mamma solo la domenica perché gli scatti costavano di meno. L’ultima volta che Marino aveva rivisto la famiglia era nel mese di febbraio, quando si era recato a Puccianiello. Il 22 aprile 2010 il Comune di Milano, su iniziativa dell’Anpi della Zona 3 e del Consiglio di Zona ha inaugurato, in piazza Fratelli Bandiera un giardinetto dedicato ad Antonio Marino. Con Libero Traversa ricordavamo sempre, come uno dei traguardi più significativi, frutto del lavoro delle tre Sezioni Anpi della Zona, l’intitolazione ad Antonio Marino di quei giardinetti. Ogni anno commemoriamo, insieme alle Forze dell’Ordine, al Municipio 3, al Comune di Milano, la figura di Antonio Marino che ha sacrificato la propria giovane vita a difesa delle Istituzioni. Quest’anno a causa della pandemia di coronavirus non lo potremo ricordare pubblicamente, ma Antonio Marino rimarrà sempre nei nostri cuori.Scrive Roberto Cenati – Presidente Anpi Provinciale di Milano

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