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12 luglio 1944 la strage di Cibeno

12 luglio 1944 la strage di Cibeno

La strage nazista del 12 luglio 1944 compiuta al poligono di Cibeno presenta ancora molti aspetti oscuri e di difficile lettura. Le ricostruzioni di quell’evento concordano comunque sul fatto che alle vittime, tutti prigionieri politici internati al campo di Fossoli a Carpi (Mo), fu letta la sentenza di condanna a morte, motivata come rappresaglia per un attentato a Genova.

Alle 4 del mattino del 12 luglio 1944, 71 prigionieri politici dai 16 anni ai 64 anni , selezionati la sera prima formalmente per partire per la Germania, furono fatti uscire dalla baracca in cui avevano alloggiato la notte. Renato Carenini fu escluso, Teresio Olivelli riuscì a nascondersi mentre un primo gruppo di 20 prigionieri venne condotto al poligono di tiro. Quando il secondo gruppo di 25 persone giunse al poligono, Mario Fasoli ed Eugenio Jemina si resero conto del pericolo e innescarono una ribellione durante la quale riuscirono a fuggire. I restanti ribelli furono uccisi sul posto dalla guardia russa del campo. Dopodiché i 24 componenti del terzo gruppo partirono dal campo ammanettati per essere fucilati al poligono dove i corpi venivano gettati insieme agli altri in una fossa comune scavata precedentemente da ebrei del campo. 67 furono i prigionieri politici coinvolti nella strage:Condotti sul posto in tre gruppi, furono fucilati sull’orlo di una fossa scavata il giorno prima da internati ebrei. A cose finite, la fossa comune fu colmata e mascherata, e il silenzio cadde sul fatto.
I destinati alla fucilazione erano 71, ma uno, Bernardo Carenini, fu tolto dalla lista dalle stesse SS, Teresio Olivelli si nascose durante la notte e Mario Fasoli ed Eugenio Jemina, del secondo gruppo riuscirono a sfuggire all’esecuzione, ribellandosi e dando inizio a una sollevazione dei condannati. Si noti quante anomalie caretterizzino questa strage, rispetto alle “consuete” rappresaglie naziste cui la si volle accomunare, soprattutto per la segretezza da cui fu circondata.

I Nomi delle vittime

 

Achille Andrea, Alagna Vincenzo, Arosio Enrico, Baletti Emilio, Balzarini Bruno, Barbera Giovanni, Bellino Vincenzo, Bertaccini Edo, Bertoni Giovanni, Biagini Primo, Bianchi Carlo, Bona Marcello, Brenna Ferdinando, Broglio Luigi Alberto, Caglio Francesco, Ten. Carioni Emanuele, Carlini Davide, Cavallari Brenno, Celada Ernesto, Ciceri Lino, Cocquio Alfonso Marco, Colombo Antonio, Colombo Bruno, Culin Roberto, Dal Pozzo Manfredo, Dall’Asta Ettore, De Grandi Carlo, Di Pietro Armando, Dolla Enzo, Col. Ferrighi Luigi, Frigerio Luigi, Fugazza Alberto Antonio, Gambacorti Passerini Antonio, Ghelfi Walter, Giovanelli Emanuele, Guarenti Davide, Ingeme Antonio, Kulczycki Sas Jerzj, Lacerra Felice, Lari Pietro, Levrino Michele, Liberti Bruno, Luraghi Luigi, Mancini Renato, Manzi Antonio, Col. Marini Gino, Marsilio Nilo, Martinelli Arturo, Mazzoli Armando, Messa Ernesto, Minonzio Franco, Molari Rino, Montini Gino, Mormino Pietro, Palmero Giuseppe, Col. Panceri Ubaldo, Pasut Arturo, Pompilio Cesare, Pozzoli Mario, Prina Carlo, Renacci Ettore, Gen. Robolotti Giuseppe, Tassinati Corrado, Col. Tirale Napoleone, Trebsé Milan, Vercesi Galileo, Vercesi Luigi.

La testimonianza

“…La notte, ci siamo buttati sul pagliericcio con la tremenda certezza che non avremmo veduto più i nostri compagni e le diverse voci, le atroci indicazioni che avevamo potuto raccogliere, ci risuonavano ancora nelle orecchie e ci martellavano cuore e cervello, tenacemente, esasperanti.
All’alba, li hanno ammazzati … Al Poligono di Carpi … li hanno buttati nella fossa scavata dagli ebrei … li hanno spogliati degli oggetti personali che potevano facilitare l’identificazione … poi li hanno coperti con uno spesso strato di calce perché si decompongano più celermente … e hanno fatto gettare sementi sulla terra che ha ricoperto la fossa. Pare che siano accorsi dei preti (o il Vescovo), che abbiano chiesto almeno di poter benedire i morti … sono stati brutalmente respinti, ammoniti di badare ai fatti loro … perché da quelle parti non c’era nulla che li potesse riguardare … e siccome non se ne andavano, hanno puntato le armi.

La stampa dell’Italia liberata diede grande rilievo all’esumazione delle vittime e alle esequie solenni il 24 maggio 1945 nel Duomo di Milano: fu forse il primo momento pubblico in cui popolazione e personalità politiche e militari si fusero unanimi nel compianto e nella condanna.
Eppure a tanta emozione non è seguita giustizia: i processi iniziati sono stati insabbiati, i fascicoli per anni nascosti nel cosiddetto “armadio della vergogna”, la strage stessa, anche se ricordata ogni anno sul luogo dell’eccidio dai familiari e da una manifestazione dell’Amministrazione comunale di Carpi, è sconosciuta al grande pubblico.


I colpevoli non furno mai condannati
Procedimento contro Karl Titho e altri per il reato di “violenze con omicidio contro privati nemici e prigionieri di guerra italiani. Eccidio di Fossoli. Parti Lese: Gasparotto Leopoldo e altri 69 patrioti.
Atti trasmessi al Tribunale Militare di Bologna il 20 dicembre 1945”.
Wolff, Harster, Kranebitter, Titho, Haage e Koenig vengono arrestati a Bolzano il 13 maggio 1945, ma il 2 giugno 1945 il responsabile della 78° Sezione della Special Investigation Branch – che aveva avviato le indagini per conto dell’AMG – sancisce la propria incompetenza territoriale. I principali
imputati si spostano in Europa per presenziare e testimoniare ad altri procedimenti che li riguardano e finiscono in carcere nelle zone d’occupazione della Germania. Il 16 luglio 1947 si tiene la prima udienza del processo al Tribunale Militare di Bologna, ma non si hanno notizie certe sull’estradizione dei criminali. Titho viene interrogato a Fossoli nell’ottobre del 1947 insieme al meranese Karl Gutweniger, già evaso dal campo di concentramento di Rimini e condannato a 12
anni in contumacia dalla Corte d’Assise straordinaria di Bolzano per collaborazionismo, con pena notevolmente ridotta. Le incertezze della magistratura alleata e le pressioni politiche volte all’insabbiamento compromettono l’azione giudiziaria, che nel 1948 conosce una significativa
battuta d’arresto. Il 25 maggio 1951 Titho viene condannato a sette anni di carcere dal Tribunale di Utrecht, ma il 30 marzo 1953 è ricondotto in Germania come libero cittadino: le richieste di estradizione italiane vengono disattese poiché “i fatti […] addebitati sembrano rivestire carattere
politico”. Il 26 gennaio 1959 il Vice-procuratore militare di Bologna Attilio Grossi chiede al giudice
istruttore la “temporanea sospensione” dell’istruttoria contro gli imputati Titho, Haage, Rikoff, Koenig, Mayer e Seifer; ottiene soddisfazione il giorno stesso. Il 14 gennaio 1960 il procuratore generale militare Enrico Santacroce “archivia provvisoriamente” il procedimento sulla strage di
Fossoli, che finisce “nell’Armadio della Vergogna”. Nel 1994 il fascicolo sui fatti criminosi del febbraio-luglio 1944 viene trasferito al Tribunale Militare di La Spezia, ma Haage è ritenuto “permanentemente inabilitato all’interrogatorio” per demenza senile e Titho, indagato anche dalla
Procura di Dortmund, rifiuta l’interrogatorio, accettando di deporre soltanto per iscritto: la testimonianza del Comandante del Campo attribuisce al Comando Supremo delle forze armate germaniche in Italia la responsabilità della strage. Il 10 novembre 1999 la Procura Militare di La
Spezia trascura la documentazione raccolta nella fase istruttoria e nel corso del processo fra il 1945 e il 1959: il g.i.p. presenta un’istanza di archiviazione del fascicolo su Cibeno-Fossoli poiché ritiene ragionevole la deposizione di Titho. Questo provvedimento rimanda la responsabilità
penale della strage a “soggetti ignoti” e trasforma il comandante del campo in una goffa sintesi che unisce l’immagine di uno strumento della volontà degli alti comandi all’impotenza di un condottiero incapace di controllare le intemperanze di Haage. Nel giugno del 2001 alcuni familiari
delle vittime presentano ricorso contro l’archiviazione, ma la notizia della morte di Titho blocca la riapertura della vicenda giudiziaria.

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