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15 aprile 1967,muore Totò antifascista “il principe della risata”/Tributo

 

15 aprile 1967,muore Totò antifascista “il principe della risata”/Tributo
I due marescialli – La pernacchia anti nazifascista :

A Roma si susseguono senza sosta rastrellamenti da parte della Gestapo e dei fascisti delle Brigate Nere, della banda Muti e della Banda Koch,  alla ricerca di partigiani e antifascisti. Un giorno, durante un rastrellamento, per non farsi prendere, Totò è costretto a rifugiarsi nel cimitero del Verano e a nascondersi dentro una tomba, vuota naturalmente.La vita a Roma, tra bombardamenti e rastrellamenti, è sempre più difficile. Parallelamente il popolo cerca distrazioni anche attraverso il teatro.

Più si soffre e più il pubblico desidera distrarsi e divertirsi. Con un coraggio che rasenta l’incoscienza, Totò non perde occasione, ad ogni replica, di strizzare l’occhio al pubblico con allusioni e battute a doppio senso, che si riferiscono alla situazione politica, al fascismo che è caduto e ai tedeschi che occupano Roma.Rappresentando il pastore Aligi ne “Il figlio di Jorio”, una parodia del testo dannunziano, Totò si scatena ripetendo in tono implorante alla soubrette: <Vieni avanti! E vieni avaanti!,> riferendosi chiaramente all’avanzata degli americani. Il pubblico capisce ed applaude, ma i rischi non mancano perché molti ufficiali tedeschi conoscono bene l’italiano e afferrano senza farseli tradurre i doppi sensi di Totò.

E, a volte, sull’onda di queste battute allusive, incitava il pubblico a belare, per cui tutti gli spettatori, con somma provocazione, si mettevano insieme a Totò a fare il verso delle pecore e a ridere.Una sera in cui si era sparsa la voce dell’attentato ad Hitler, Totò, che adattava il copione all’attualità di quei giorni, si presentò improvvisamente in scena coi baffetti e col ciuffo tutto incerottato e fasciato e attraversò la scena nel bel mezzo di un numero che trattava tutt’altro, e zoppicando scomparve tra l’ilarità generale. Quella sera stessa un colonello tedesco, suo amico, gli confidò che il mattino seguente avrebbero arrestato sia lui che i fratelli De Filippo ( rei di aver preso in giro i nazisti). Dopo aver avvertito Peppino,Totò scappò a Valmontone.

Totò ricorda:

«Il ricordo più divertente è un ricordo tragicomico… Era proprio il periodo della guerra. Io lavoravo al Valle e i De Filippo stavano all’Eliseo. Un amico mi chiamò dalla questura dicendomi che i tedeschi volevano arrestare me e i De Filippo. Allora telefonai a un amico per andarmi a nascondere. Prima di recarmi da lui, passai all’Eliseo per avvisare i De Filippo. Eduardo non c’era, c’era Peppino. Gli dico: «Peppì, qui succede così e così, bisogna scappare». «Ah sì, scappiamo, dove scappiamo? Dove scappiamo?» «Tu la prendi alla leggera, scherzi?» gli faccio. «Vengono i tedeschi, chi sa cosa ci vogliono fare…» «Ah, vengono qua? E dove ci portano? In albergo?» «No» gli dico, «ci fucilano!». E me ne andai, cioè corro a nascondermi da quest’amico che mi avrebbe ospitato gentilmente. Naturalmente nessuno doveva sapere che ero lì. Dopo mezz’ora che sto là, quest’amico mio viene e mi dice: «Senti, c’è una cugina mia che ti vuol conoscere, che ti ha visto a teatro, è una tua ammiratrice…». Dico: «Don Lui’», si chiamava Luigi, «Don Lui’, nessuno deve sapere che sto qua…». «Sì, ma è una parente…». «Vabbe’, Don Lui’…» Questa viene, piacere… piacere… e compagnia bella. Dopo un’oretta torna lui e dice: «C’è un mio compare…». Questo per due giorni di seguito. Alla fine dico: «Don Lui’, qui dove sto io lo sa tutta Roma. Se i tedeschi chiedono dove sta Totò… tutti gli dicono che sta qua…».

“Con un palmo di naso”, la nuova rivista di Galdieri, debutta al Valle il 26 giugno 1944. Roma è stata liberata solo da una ventina di giorni e nel nuovo clima lo spettacolo non esita ad affrontare temi di attualità. La rivista ritorna alla vocazione satirica soprattutto nei confronti della politica e dei suoi uomini più rappresentativi.

Anile racconta la visita negli studi di un eroe di guerra, esaltata con retorica fascista, e, ‘se sul palcoscenico della rivista Totò non esita a lanciarsi in qualche temerario sfottò all’ indirizzo di fascisti e tedeschi, il contesto di Cinecittà annulla decisamente ogni velleità di ribellione. Totò è costretto a farsi fotografare con la ‘cimice’ fascista all’ occhiello, per essere così eternato, nel mezzo di un’ impacciata smorfia comica, sul retrocopertina della rivista Film’ . Il fotografo si chiamava Eugenio Haas, che in seguito sarà definito ‘ufficiale delle SS’ e ‘spia della Gestapo’ .

In esso la forza satirica esercitata in vario modo prima contro il regime fascista e quindi contro gli occupanti tedeschi, è sempre ben presente: più volte la censura di regime intervenne per modificare battute considerate irriverenti, ma Totò, rischiando di suo, spesso pronunciava ugualmente le frasi tagliate suscitando autentiche ovazioni; dopo le prime rappresentazioni romane di “Che ti sei messo in testa”, l’attore, avvertito che sarebbe stato di lì a poco arrestato (insieme ai fratelli De Filippo), dovette tuttavia scappare a Valmontone per ripresentarsi solo dopo la liberazione di Roma con una nuova rivista (Con un palmo di naso) in cui finalmente dava libero sfogo alla sua satira impersonando Mussolini e Hitler. »‎”

Totò era un vero principe ma non praticante, molto attivo in rivista negli anni 40 nella satira anti Mussolini, con la Magnani. “C’è tutto. Totò sul set, quando prendeva il caffè di rito con la troupe, domandava alla sua spalla e aiuto-regista Mario Castellani quale scena c’era da fare, la leggeva, chiedeva “il lapis”, ne dettava una totalmente diversa, e poi ne girava una terza che non aveva a che fare né con la prima né con la seconda. Si presentava alle due del pomeriggio perché ‘al mattino non si può far ridere’ ma quel 13 aprile 1967 arrivò presto per interpretare un vecchio anarchico in “Il padre di famiglia.

La prima scena era un funerale e quello vero ci sarebbe stato da lì a pochi giorni. Anzi, plurale, i funerali: a Roma, dove c’erano gli amici veri e i critici che gli avevano dato del guitto, qualunquista e di destra, a Napoli, Chiesa del Carmine, e un terzo davanti alla bara vuota, voluto dal capoguappo “Naso ’e cane” al rione Sanità, “dove ’o guaglione nascette”. Una scena surreale, che una risata gliel’avrebbe strappata.

Intorno alle tre e mezzo del mattino (l’ora in cui abitualmente si ritirava per dormire), dopo un susseguirsi di vari attacchi cardiaci, Totò si spegne. Alle 11:20 del 17 Aprile 1967 la salma è trasportata nella chiesa di Sant’Eugenio in Viale delle Belle Arti. Sulla bara, la bombetta con cui aveva esordito e un garofano rosso. Alle 16:30 la sua salma giunge a Napoli accolta, già all’uscita dell’autostrada e alla Basilica del Carmine, da una folla enorme.
Viene sepolto nella cappella De Curtis al Pianto, nel cimitero sulle alture di Napoli, in località Capodichino.

Con il grande Totò scompare uno dei protagonisti del cinema italiano che, raccontò le travagliate storie e anedotti vari in chiave satirica della guerra e della ricostruzione dopo il conflitto mondiale E la miseria è il copione della vera comicità». La miseria rende santi, sarà per questo che oggi, nella cappella gentilizia che si fece costruire, è venerato come San Gennaro e a centinaia gli chiedono la grazia. Agli atei, basta un grazie.

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