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2 Febbraio 1943 L’armata rossa libera Stalingrado

2 Febbraio 1943 L’armata rossa libera Stalingrado

Dopo una battaglia durata tre mesi e mezzo (150 mila morti, 91 mila prigionieri) il generale Paulus firma la resa della sesta armata tedesca. La sconfitta di Stalingrado è una svolta decisiva della guerra in Europa.

Sono le 14.46. Un aereo da ricognizione tedesco ha sorvolato, prima da est a ovest, poi da nord a sud, Stalingrado e il Volga1, sulla riva destra del quale, per una quarantina di chilometri, si estende la città. Il fiume è ghiacciato e se ne scorge bene il percorso, largo, in certi punti, anche più di un chilometro. La città non è più una città, ma un enorme cratere di edifici bruciati, di strade sconvolte, di ciminiere mozzate. Non si vede gente, non si vede qualcosa che si muove; solo, qua e là, qualche filo di fumo nero che si alza dalle macerie. Sono le 14.46. Dall’aereo parte un messaggio per il Quartier generale della Wehrmacht: “Nessun segno di combattimento”. La battaglia di Stalingrado è finita.

 

Al centro della città, dentro il bunker in cui sono state trasformate le cantine dei magazzini Univermag, già da parecchie ore il feldmaresciallo Friedrich Paulus2, comandante della 6a armata tedesca, ha consegnato le armi a un giovane ufficiale sovietico. È la resa; una resa che per Hitler significa 150 mila morti, 91 mila prigionieri (di cui 24 generali e 2500 ufficiali), tremila aerei, seimila cannoni e sessantamila veicoli perduti; significa, dopo la battaglia di el-Alamein in Africa, nell’ottobre-novembre scorso, la svolta, forse decisiva, della guerra in Europa.

La battaglia di Stalingrado è cominciata a metà settembre. Stalingrado è una grossa città industriale, quasi tutta sulla sponda destra del Volga e fiancheggiata da una serie di alture che guardano a occidente e che la dividono in vari quartieri in certo modo separati l’uno dall’altro. Si chiama così dal 1925; prima si chiamava Tsaritsyn3, dal 1598, quando fu fondata, prima come fortezza, poi come residenza del delfino della casa imperiale e erede al trono; poi, dal 1961, caduto il mito di Stalin, si chiamerà Volgograd.

L’importanza di Stalingrado è soprattutto strategica. Conquistare Stalingrado significava, per i tedeschi, impadronirsi della maggiore via d’acqua e di rifornimenti, di grano e di petrolio, di tutta la Russia e insediarsi in una grande base per le operazioni militari in corso verso il Caucaso e per il progettato accerchiamento di Mosca.

A metà settembre la 6a armata tedesca comandata dal generale Friedrich Paulus ha investito Stalingrado, nonostante gli sforzi delle truppe sovietiche guidate dal generale Timoscenko. Alla fine del mese i tedeschi sono entrati in città e hanno occupato la grande fabbrica bellica che ha un nome fatidico: “Ottobre rosso”. Nelle prime due settimane di ottobre hanno raggiunto il Volga in molti punti, fra un’altura e l’altra. Ma i russi hanno creato sbarramenti, reticolati, trincee; si combatte casa per casa, strada per strada, quartiere per quartiere. Nel diario di un anonimo4 si leggerà: “Stalingrado non è più una città. Di giorno è un’enorme nuvola di fumo. E quando arriva la notte i cani si tuffano nel Volga, perché le notti di Stalingrado li terrorizzano”.

Il novembre è cominciato col freddo; nuvole basse, tormente di neve, il termometro è sceso a venti gradi sotto zero. Il 6 sono comparsi i primi ghiacci sul fiume; è questione di tempo e il fiume gelerà e non sarà più navigabile. A metà novembre armate sovietiche provenienti da nord e armate provenienti da sud stanno per congiungersi dove, più giù, il Volga si avvicina all’altro grande fiume, il Don. La quarta armata tedesca sta per essere circondata. Il generale Paulus chiede a Hitler di potersi ritirare in un corridoio rimasto parzialmente libero.

Hitler non glielo concede. In dicembre otto divisioni tedesche comandate dal generale von Manstein tentano di avvicinarsi a Stalingrado, ma sono costrette a ripiegare da uno sbarramento di fuoco insuperabile. L’accerchiamento della 6a armata è completato. Alla fine dell’anno la temperatura è scesa a 40 gradi sotto zero; i tedeschi non hanno più viveri e le munizioni cominciano a scarseggiare; i rifornimenti non arrivano più; il ponte aereo è praticamente cessato.

Per ordine di Hitler il generale Paulus rifiuta la capitolazione. È il 10 gennaio. Scatta l’ultima offensiva sovietica: quattromila pezzi di artiglieria su un fronte che è diventato soltanto di tre chilometri e mezzo. Alle 19.45 del 31 gennaio il radiotelegrafista del comando della sesta armata lancia l’ultimo messaggio: “I russi sono alla porta del nostro bunker. Stiamo distruggendo gli apparecchi”. Aggiunge le lettere CL, che secondo il codice internazionale, che è in lingua inglese, significa “I am closing my station”: “Questa stazione cessa le trasmissioni”.

In questi stessi giorni i resti dell’Armata italiana in Russia continuano la lunga marcia disperata verso una difficile salvezza. Ufficialmente l’Armir è stato sciolto tre giorni fa, il 31. Non ci sono più i tre corpi d’armata, le nove divisioni, i carri armati, le artiglierie, gli automezzi; non c’è più niente.

“Il 31 dicembre” racconterà Nuto Revelli, uno dei sopravvissuti5, “trovammo, presso Wosnessenoeka, pochissime ambulanze con il generale Gariboldi, comandante dell’Armir. Caricammo sui veicoli i feriti più gravi. C’era anche un alpino con un braccio amputato, che si era trascinato per sei giorni con il moncone congelato; il freddo lo aveva salvato dalla cancrena. C’erano pure alcuni tedeschi, in tuta bianca. Ne fermai uno e gli chiesi se voleva darmi la sua pistolmachine per un pacchetto di sigarette. Accettò.

Ormai l’arma non gli serviva più6. Come straccioni passammo davanti al generale Gariboldi, curvi, a gruppetti, con le coperte sulla testa. Ci guardò. Sfilavano i resti della sua armata. Con noi c’era anche suo figlio, sottotenente del 5o alpini”.Dopo Nicolaievka (“una grande vittoria” scriverà ancora Revelli, “la vittoria della disperazione”) i superstiti dovranno percorrere altri trecento chilometri a piedi, nella neve e nel gelo (la temperatura scende spesso a meno 40), sempre incalzati dai russi e attaccati dai partigiani. Di lettere così ne scriverà tante Mario Spinella8, uno dei sopravvissuti; arriverà a Brescia in giugno e sarà assegnato al comando militare che si occupa proprio dei dispersi in Russia (sono 74.800: morti o prigionieri).

La battaglia di Stalingrado è finita. In termini di vite umane della follia devastante del nazismo la conta delle vittime è stata altissima in ambo le parti degli schieramenti Oltre 1 milione di perdite totali tra morti, dispersi e prigionieri 100 000 rumeni e 40 000 italiani morti nella ritirata 185. 000 tedeschi morti nell’accerchiamento e circa 400. 000 prigionieri 150 000 tedeschi, 50. 000 italiani, 60. 000 ungheresi e 140 000 rumeni circa e oltre il mezzo milione di feriti .Nelle vittime civili tra morti di inedia e sotto i bombardamenti nazisti i russi contano oltre 50.000 morti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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