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2 maggio 1945:l’armata rossa conquista Berlino dopo 16 giorni di furiosi combattimenti

La battaglia di Berlino fu l’ultima battaglia della seconda guerra mondiale in Europa. La guerra, che fu pianificata a Berlino, si concluse per uno strano, quanto tragico, scherzo del destino proprio nella capitale tedesca.

Il 16 aprile 1945, mentre le forze alleate fermarono qualsiasi tipo di offensiva nel teatro europeo, le forze sovietiche iniziarono l’ultima fase dell’offensiva contro la capitale tedesca. La manovra a tenaglia dell’Armata Rossa fu contenuta dalla strenua resistenza tedesca presso le alture di Seelow, situate a circa 70 km ad est di Berlino.

La battaglia di Berlino, combattuta dal 16 aprile al 2 maggio 1945 fra 766.000 tedeschi, con 1.500 carri amati, 9.300 cannoni e 1.700 aerei, ma con soli 94.000 difensori effettivi nella città vera e propria, contro 2,1 milioni di russi, con 6.250 carri armati, 41.600 cannoni e 7.500 aerei (dati forniti da Glantz-House ne «La Grande Guerra Patriottica dell’Armata Rossa») pose termine alla Seconda guerra mondiale in Europa, ma creò – anche – le premesse per la difficile situazione politica post-bellica, con la Germania e la stessa Berlino spaccate in due da quella che, meno di un anno dopo, sarebbe diventata la «Cortina di ferro», simbolo e segno tangibile della Guerra fredda.

Il 1° aprile 1945 Zukov e Konev erano stati ricevuti da Stalin nel suo ufficio al Cremlino per concordare il “colpo finale” contro le superstiti forze armate tedesche: un mese e mezzo prima Varsavia e Vienna erano cadute in mano sovietica; la Prussia era stata tagliata fuori dal Reich dagli uomini di Rokossovskij ed ora americani e inglesi, forzato il Reno, stavano riversandosi sull’Elba e l’impero nazista, che un tempo spaziava dal Caucaso all’Atlantico, era ridotto ad un corridoio largo appena 300 chilometri  nel cuore della Germania.

E in mezzo a quel corridoio c’era Berlino.Disteso nella branda di ferro, dietro la grande scrivania sulla quale lavorava e consumava i pasti, Stalin aveva chiesto ai suoi due marescialli: “Ebbene, compagni, secondo voi chi prenderà Berlino? Noi, o gli Alleati?”. Senza esitare Zukov aveva prontamente risposto: “Noi, compagno Stalin”. Allora il dittatore si era alzato e, con una grossa matita rossa, aveva tracciato su una carta geografica della Germania le due direttrici di marcia: a nord Zukov doveva investire in pieno Berlino; per Konev, a sud, era riservato un compito strategicamente più importante ma di certo meno glorioso, egli avrebbe dovuto distruggere le forze tedesche nelle periferie meridionali della capitale proseguendo soprattutto verso l’Elba per congiungersi al più presto con gli americani.

 

«Il segnale fu dato da tre razzi verdi arancione che forarono, fulminei, l’oscurità sopra il fiume ricadendo sull’altra sponda. Di colpo, nella notte senza nubi e senza luna, undicimila cannoni (uno ogni quattro metri di linea di combattimento) cominciarono a sparare lungo i 43 chilometri della testa di ponte sull’Oder tenuta dai 768.000 uomini del 1° fronte bielorusso del maresciallo Georgi Zukov. Il tambureggiamento durò 25 minuti. Quasi contemporaneamente – a sud, sulle rive orientali della Neisse, da Gübin a Forst – i dodicimila pezzi di artiglieria del 1° fronte ucraino guidato dal maresciallo Ivan Stepanovic Konev, forte di 511 mila soldati, aprirono il fuoco contro le posizioni tedesche. Erano le 5 antimeridiane, ora di Mosca (in Germania gli orologi segnavano le 3) del lunedì 16 aprile 1945 e i sovietici iniziavano la loro ultima battaglia della seconda guerra mondiale: quella per la conquista di Berlino.

Oggi, a 77  anni distanza, è possibile ricostruire con esattezza perché avvenne e come si svolse questa battaglia che costò la vita a circa 150.000 soldati russi e ad altrettanti civili berlinesi. La decisione di difendere la capitale tedesca fino all’ultimo uomo fu uno dei più notevoli errori di Hitler quale capo militare: colto di sorpresa sia dall’obiettivo scelto dall’avversario (Berlino) che dalla tremenda portata dell’offensiva sovietica (condotta con 180 divisioni in larga parte corazzate) il Führer negò  alle proprie armate d’oriente il consenso a manovrare il profondità per creare una nuova linea di attestamento, inchiodandole invece sull’Oder – come aveva fatto a Mosca nel dicembre 1941 e a Stalingrado nel novembre 1942 – e fissando arbitrariamente lo “Schwerkpunkt” in una Berlino che, nonostante la roboante propaganda nazista, era assolutamente impreparata a resistere all’urto.

 Il 25 aprile, le soverchianti forze sovietiche si riversarono nei sobborghi della città, iniziando una sanguinosa lotta casa per casa, volta a schiacciare le ultime sacche di resistenza tedesca.

”Tenere il fronte dell’Oder – scrisse Hitler in una direttiva generale alle truppe – è il presupposto per il mutamento delle sorti della guerra”. Il gruppo degli eserciti della Vistola venne così sacrificato a questo assurdo principio: fino all’ultimo istante il Führer, che da mesi ormai mostrava di disprezzare apertamente la realtà, si illuse in un decisivo apporto delle “armi segrete”, sul piano militare, e nella speranza – su quello politico – che l’alleanza anglo-russa-americana si spezzasse dinanzi al dilagare degli eserciti di Stalin nel centro dell’Europa. Ma fu tutto vano, il destino era compiuto.Il 30 aprile 1945 fu l’ultimo atto della vita di un uomo che sconvolse i destini del mondo e della sua sposa, che per fin dall’inizio non aveva desiderato altro se non divenire la signora Hitler; due capsule di cianuro posero fine alla loro esistenza ma l’ultimo ordine del signore della grande Germania fu quello di predisporre la cremazione sua e di Eva, per evitare uno scempio dei corpi pari a quello subito a Piazza Loreto dal suo grande amico ed alleato Benito Mussolini, di cui aveva saputo pochi giorni prima, al pari della notizia del tradimento di Goering e di Himmler, due tra i suoi gerarchi più fidati, che avevano con lui condiviso, la prepotente ascesa al potere del nazional-socialismo.

I corpi di Hitler e di Eva Braun, scomparvero, dunque, tra le fiamme, pochi prima che la bandiera rossa fosse issata sul pennone della cancelleria, a suggellare il grande trionfo dell’armata rossa e di Stalin.

l fuhrer era morto, il nazional-socialismo era morto e tutti dovevano morire; una vita senza il grande reich, senza il dominio della svastica, era, nel loro farneticante pensiero, una vita inutile: Magda Goebbels, dopo aver preparato i suoi figli per la morte, schiacciò loro, durante il sonno, nella loro bocca, sei capsule di cianuro, suicidandosi, poi, insieme al marito, in quella che fu l’ultima ed insensata follia di un altrettanto insensata e folle ideologia.

Scomparve, dunque, in questa lugubre maniera, al termine di un agghiacciante tramonto, un reich che si voleva millenario e che invece non sopravvisse ai primi rovesci.

L’Hitler degli ultimi tempi, sconnesso e sconvolto e il lugubre bunker della cancelleria furono dunque i macabri simboli di una sorta di caduta degli dei, della fine di un impero del male, di una malvagia dottrina che aveva, nella sua ascesa, conosciuto i tempi felici e trionfanti di Norimberga e delle olimpiadi del 1936, esaltati dalle geometrie di Speer e dai filmati della Riefensthal, , ove un Hitler al culmine della potenza, arringava folle oceaniche, dall’alto del suo pulpito, fiero e più forte che mai, condottiero invincibile di una nazione apparentemente invincibile e che invece cadde vittima di quella stessa violenza che scatenò, incontenibile, nel mondo per ben sei lunghi anni e che condusse alla distruzione della Germania e del nazional-socialismo.

IL 30 Aprile 1945  La Bandiera della Vittoria fu  issata sopra il Reichstag

Il 2 maggio la guarnigione di Berlino si arrese all’Armata Rossa. L’ultimo atto della guerra costò 80.000 morti ai sovietici, mentre le perdite tedesche sono stimate in circa 50.000 caduti.

 

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