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20 giugno1944: La strage nazifascista di Fondo Toce

20 giugno 1944: La strage nazifascista di Fondo Toce

Il rastrellamento
Sono ormai otto giorni che i partigiani delle formazioni Valdossola, Giovine Italia, Battisti e Perotti resistono, sulle alture del Verbano, al massiccio attacco dei nazifascisti, che conta su una forza di oltre diciassettemila uomini, sostenuti dall’artiglieria pesante e dagli aerei che segnalano la presenza dei partigiani nelle vallate e che seminano la morte mitragliando e spezzonando. I partigiani combattono con grande coraggio e valore, colpiscono i nazifascisti con veloci e ardite azioni di sorpresa, ma le forze del nemico sono soverchianti.

Nel documentario di Stefano Cerrutti si narrano tutte le vicende legate al grande rastrellamento .Si consiglia la visione completa di tutti gli episodi per capire l’immane tragedia del rastrellamento della Val grande .

Quattrocento partigiani abbarbicati sui monti del Verbano, della Cannobina e della Valle del Toce rimangono chiusi nella morsa.I nazifascisti avanzano razziando, bruciando, distruggendo tutto ciò che trovano sul loro cammino, decine e decine di torturati e di fucilati; decine di case, cascinali, baite saccheggiate e distrutte. Un bilancio pesante per le popolazioni e i partigiani.

Il pomeriggio del 20 giugno 1944 quarantatré partigiani, arrestati nei giorni precedenti durante le operazioni di rastrellamento in Val Grande, vengono fucilati a Fondotoce, nel luogo dove ora sorge il Sacrario “Parco della Memoria e della Pace” e la Casa della Resistenza.Dopo essere stati torturati e fatti sfilare in corteo da Intra arrivano sul luogo della fucilazione, nei pressi del canale che congiunge il Lago di Mergozzo al Lago Maggiore; nel corteo sono quarantasei, tre di loro verranno all’ultimo momento risparmiati, uno si salverà.

I Martiri di Fondotoce: lungolago di Intra 20 giugno 1944

Dal documentario di STEFANO CERUTTI le Testimonianze ascoltate nell’episodio PAOLO BARIATTI, testimonianza del 1976 rilasciata al partigiano “Peppino” Cavigioli. NINO SACCHI, testimonianza contenuta nel libro “I giorni della semina” di Nino Chiovini. GIANNI SAFFAGLIO, testimonianza del 2016 rilasciata a Nico Tordini e Paolo De Toni. MARIA PERON, comunicazione letta a “Radio Verbania Libertà” il 1° maggio 1945.

 

Dall’Asilo di Malesco a Villa Caramora di Intra
In un primo tempo i partigiani catturati nel corso dei rastrellamenti sono rinchiusi nelle cantine dell’Asilo Infantile di Malesco e sottoposti a incredibili torture. Il giorno 20 giugno, nelle prime ore del mattino, quarantuno prigionieri vengono caricati su due grossi autocarri e, da Malesco, vengono trasferiti a Villa Caramora di Intra che è sede del Comando SS.

La marcia verso la morte
Ore 15 del 20 giugno 1944, un reparto delle SS preleva dalla cantina di Villa Caramora quarantatre persone (i quarantuno provenienti da Malesco, più Cleonice Tomassetti e Marino Rosa, un operaio di Intra arrestato due giorni prima mentre era in procinto di organizzare un’azione di sabotaggio).
Si forma la colonna alla cui testa vi è il tenente Ezio Rizzato, affiancato da Cleonice Tomassetti, mentre ai lati due partigiani costretti a tenere i bastoni a cui è affisso un cartello con la scritta “SONO QUESTI I LIBERATORI D’ITALIA OPPURE SONO BANDITI”.

La colonna dei prigionieri giunge sul greto del canale che allaccia il lago di Mergozzo al lago Maggiore, ai confini fra il Verbano e l’Ossola, in una vasta piana affossata. Sono le 18 del 20 giugno 1944.
L’ordine è di presentarsi tre per tre dinanzi al plotone d’esecuzione. La donna, Cleonice Tomassetti, prima di portarsi dinanzi ai carnefici, grida: “Viva l’Italia libera” e i compagni di martirio ripetono “Viva l’Italia libera”. Il rito dura quasi un’ora poi l’ultima raffica e i colpi di grazia.Nelle prime ore della notte, dal mucchio dei morti, sia pur ferito in più parti, esce, aiutato da alcuni abitanti di Fondotoce, il partigiano Carlo Suzzi. Dopo circa un mese lo scampato alla morte, ristabilito, riprende il suo posto nella formazione ‘Valdossola’ e , da quel momento, i compagni lo chiamano ‘Quarantatre’.

Carlo Suzzi,  “Quarantatré”: era l’unico superstite tra i partigiani vittime dell’eccidio nazista di Fondotoce

 

Il ricordo l’avv, Emilio Liguori, presidente del tribunale di Verbania, arrestato qualche giorno prima per sospetta attività antifascista e già ‘ospite’ della cantina di Villa Caramora:

“la porta della cantina si apre e viene fatta entrare una trentina di persone, spinte avanti da calci e a colpi di canna di moschetto da una squadra di omacci inferociti, bestiali, i quali indossano la cosiddetta onorata divisa del soldato del popolo eletto, dell’herrenvolk, del superpopolo: il teutonico.
La scena che dopo l’ingresso in cantina di tanti disgraziati si presenta al mio sguardo, è delle più penose alle quali io abbia mai assistito”.

Penso che un branco di lupi famelici, quando capita in mezzo a un branco di pecore, usi verso le proprie vittime una ferocia meno accesa, meno sadica di quella dei soldati tedeschi verso i poveri partigiani rastrellati in Val Grande. I pugni, le pedate, i colpi di calcio del moschetto, le nerbate non si contano più. E’ una vera gragnuola che si abbatte inesorabilmente su dei miseri corpi già grondanti sangue per ogni dove, su dei visi già tumefatti per le percosse ricevute in precedenza. Gli aguzzini sembrano presi nel turbine di un sadico furore, in preda al delirium tremens di marca tipicamente teutonica.
Carlo Suzzi.Unico sopravvissuto perchè coperto dai cadaveri dei suoi compagni

Ogni nerbata, ogni colpo è per giunta accompagnato da un grugnito che sta a indicare la compiacenza dei carnefici. Una scena orribile, dico, con la quale contrasta con la nobile serenità dei torturati. Non un grido, non un lamento. Una fierezza diffusa sul volto di tutti. Dal mio posto di osservazione ogni tanto sono costretto a chiudere gli occhi per non vedere. Temo di impazzire per lo sdegno suscitato in me da tanto scempio, cui sono costretto ad assistere impotenteIl vertice della furibonda esplosione di odio contro quei poveri partigiani viene raggiunto quando, ordinato loro di distendersi bocconi a terra, i teutonici si mettono a pestarli camminandoci sopra con gli scarponi chiodati, grugnendo animalescamente.

Noto che tra i partigiani vi è una donna, di statura media, di colorito bruno, sui venticinque anni. Anche a costei non vengono risparmiati i maltrattamenti; anzi, sto per dire che la dose delle angherie sia nei suoi confronti maggiore. Mi pare che quando arriva il suo turno il nerbo si abbassi sulle sue spalle con maggior furore e più violenti sono i calci che la raggiungono da ogni parte. Eppure quella coraggiosa donna non solo incassa ogni colpo senza emettere un grido, ma, calma e serena, fa coraggio agli altri giovani, malconci da quella furia bestiale.

 


Ravviso con una fitta al cuore, che tra i partigiani c’è anche il caro tenente Rizzato del campo 12 (il comando di Orfalecchio) l’aiutante maggiore del gruppo.
Sul suo bel volto, di un ovale perfetto, dagli occhi già pieni di tanta luce, è diventato una povera maschera intrisa di sangue, orribilmente tumefatta per le percosse ricevute. Lo riconosco e sento”

” I guardiani danno un’occhiata alla loro divisa. Alcuni si tolgono la tuta mimetica, rimanendo in camicia e pantaloni marrone. Qualcuno manovra per provare i congegni dell’arma della quale è in possesso; tutti poi si danno con fervore a ravviarsi i capelli, guardandosi nello specchio del quale ognuno è in possesso, e avendo cura che la scriminatura segni un’impeccabile linea retta, dall’occipite alla regione frontale sinistra, senza sgarrare di un pelo.

Tutto questo dà l’impressione di gente in procinto di recarsi ad assistere a uno spettacolo che si preannunci assai divertente, e non già di persone che, per contro, si accingono a compiere un eccidio senza nome. Lo spettacolo che sta per essere ammannito viene subito intuito dalla donna (Cleonice Tomassetti) alla quale ho accennato sopra. Costei si leva in piedi e con fare spontaneo, senza forzare il tono della voce, direi quasi con amorevolezza, rivolta ai compagni di sciagura pronuncia queste testuali parole: “su, coraggio ragazzi, è giunto il plotone d’esecuzione. Niente paura. Ricordatevi che è meglio morire da italiani che vivere da spie, da servitori dei tedeschi”.

Ha appena finito di parlare che, infuriato, le è addosso un soldato germanico che deve capire un poco l’italiano o che del senso delle parole pronunciate viene messo al corrente da un militare italiano. (Quale schifo il contegno servile verso i padroni tedeschi dei militi fascisti! Non di tutti per fortuna, perchè ne vedo più di uno fremere di rabbia osservando ciò che di orribile si compie attorno a lui).
La donna, colpita atrocemente da più di uno schiaffo e da uno sputo sul viso, non si scompone; incassa impassibile, e poi, fiera e con aria ispirata, quasi trasumanata, dice parole, che, per mio conto, la rendono degna di essere paragonata ad una donna spartana, o meglio ancora ad una eroina del nostro Risorgimento:” Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo; esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che è opera vana: quello non lo domerete mai!””, poi rivolta ai compagni ” Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà per tutti”, grida con voce squillante”.

Si ringraziano vivamente STEFANO CERUTTI Aiuto regia e riprese video: IULIA FOMINA, DAVIDE PREVITALI, ALBERTO PASTORE. I Narratori fuori campo: IULIA FOMINA, RICCARDO FERRACIN per le testimonianze importanti e per il grande lavoro svolto nel raccontare la tragedia del Rastrellamento della Valgrande. In memoria dei partigiani che hanno perso la vita in quei giorni drammatici per L’Italia intera un sentito ringraziamento allo staff “Frame per Second  “

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