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23 agosto1944 – La strage di Padule di Fucecchio

La strage di Fucecchio è la quinta, per ordine di grandezza, fra quelle compiute in Italia dalle truppe tedesche di occupazione. 174 morti accertati e di quelle attribuibili direttamente alla Wermacht, e non alle SS, è la maggiore.
Luca Baiada, magistrato che ha indagato anche sull’«Armadio della vergogna», l’insabbiamento dei fascicoli sulle stragi naziste in Italia rimaste impunite, e che collabora alle riviste “Il Ponte” e “Questione giustizia” oltre che ad altre pubblicazioni politiche e giuridiche, ha dedicato alla ricostruzione dell’evento molti anni di attività. Sia in veste di magistrato che di storico.

Erano le sei del mattino. L’area del Padule di Fucecchio, la vasta palude che occupa il cuore della Toscana tra Empoli e Pontedera e che lambisce la città di Fucecchio, si stava svegliando lentamente. I suoi abitanti cominciavano a prepararsi per affrontare un’altra dura giornata come tante, o meglio troppe, in quel periodo triste e tragico della Seconda Guerra Mondiale. Chi era sfollato da casa propria perché la sua abitazione si trovava vicino a zone colpite a cannonate dagli americani, chi andava a raccogliere il sarello, un’erba palustre che intrecciata veniva impiegata per la realizzazione di manufatti d’uso domestico (come ceste, stuoie, damigiane, sedie), chi andava a lavorare per i campie chi si era fermato in quest’area, la più estesa palude interna dell’intero territorio italiano, perché non poteva attraversare il fronte e qui aveva frutta a sufficienza grazie ai contadini che non portavano niente al mercato. Chi andava a dare da mangiare al bestiame o a chi si era rifugiato nel Padule perché creduta una zona sicura, un’area impervia che, secondo i padulani, i nazisti, ostacolati dalle paludi, non avrebbero mai potuto raggiungere e colpire.

Quella mattina del 23 agosto 1944 venne perpetrata una delle stragi più terribili non solo del territorio dell’Empolese Valdelsa, ma di tutta l’Italia: i nazisti, grazie ad alcune spie fasciste vennero a sapere che tanti abitanti di quella zona si erano nascosti proprio tra i canneti del Padule e, certi di andare a colpo sicuro, compirono un tremendo massacro. Fu un sanguinario e tragico rastrellamento che spezzò le vite di numerosi civili innocenti. Centosettantaquattro le vittime di quell’eccidio premeditato: tra queste, sessantadue donne, venticinque persone di età superiore ai sessant’anni, sedici adolescenti al di sotto dei diciotto anni, dieci bambini di età inferiore ai dieci anni e otto minori di due anni.

 

Un massacro attuato contro uomini, donne e persino bambini allo scopo principale di mettere a segno un duro colpo nella guerra antipartigiana, una reazione contro coloro che si schieravano dalla parte opposta all’ideologia nazifascista. Oltre agli atti sanguinari era stata messa in campo la pratica del terrore: in altri termini, i nazifascisti volevano far capire alla popolazione che chiunque poteva essere colpito. E questo al fine di bloccare ogni pensiero ribelle antifascista e di facilitare anche deportazioni di migliaia di persone che sarebbero state successivamente impiegate nella costruzione della Linea Gotica, necessaria linea difensiva realizzata con la costruzione di fortificazioni sui crinali dell’Appennino tosco-emiliano onde impedire agli alleati anglo-americani di raggiungere la Pianura Padana.

La strage venne quindi eseguita nei confronti della popolazione civile, e non contro le formazioni partigiane, poiché la prima era considerata inerme, incapace di difendersi e perciò più facile da eliminare. Tutto ciò attraverso un piano ben premeditato dagli alti comandi e messo in atto spietatamente dagli appositi reparti di guerra. Decisamente falsa la motivazione, addotta nei processi, per giustificare l’uccisione di tanti bambini: questi ultimi sarebbero stati colpevoli di aver aiutato i partigiani, portando loro rifornimenti… impossibile se si pensa che molte delle vittime non raggiungeva i due o i quattro anni di età, o addirittura i cinque o diciassette mesi. Una ferocia senza pari, una spaventosa brutalità che non risparmiò nessuno. A Castelmartini, il borgo, frazione di Larciano, che fu uno dei principali teatri dell’orrenda mattanza, ci fu chi pianse la propria moglie, chi i figli, chi il padre o la madre, chi il nonno o i nipoti, ma tutta la comunità rimase coinvolta e profondamente segnata, anche perché le vittime provenivano da diversi borghi della palude e degli immediati dintorni: da Cintolese, Stabbia, Massarella, Querce, Ponte Buggianese.

 

Furono cinque in tutto i comuni interessati, i comuni che contarono vittime. Molti dei responsabili della strage rimasero impuniti, perché non si poterono rintracciare, altri ancora subirono condanne lievi, come nel caso del generale della ventiseiesima divisione corazzata che operò nel Padule, Eduard Crasemann, che se la cavò con dieci anni di reclusione (ma morì in carcere in Germania nel 1950), o come avvenne per il capitano Joseph Strauch, cui venne comminata una condanna di sei anni. Altri quattro responsabili, il capitano Ernst Pistor, il maresciallo Fritz Jauss (individuato come il comandante della squadra che compì il massacro), il sergente Johann Robert Riss e il tenente Gerhard Deissmann, andarono a processo solo negli anni Duemila a Roma, e nel 2011 tutti tranne Deissmann, deceduto nel frattempo, furono condannati all’ergastolo.

Peter Eduard Crasemann.L’inchiesta dell’esercito britannico, condotta nel Dopoguerra, sfociò in un processo celebrato a Venezia nel 1950 e concluso con condanne lievi (sotto i 6 anni) al generale Crasemann e al capitano Strauch. Il 25 maggio 2011, tre ex militari della 26esima Divisione corazzata furono condannati all’ergastolo, con una sentenza poi divenuta definitiva in appello. Si tratta del capitano Ernst Pistor, del maresciallo Fritz Jauss e del sergente Johann Robert Riss, oggi 93eenne. Un quarto imputato, il tenente Gerhard Deissmann, era deceduto, centenario, durante il processo di primo grado. Dopo la sentenza erano scomparsi anche Pistor e Jauss. I giudici militari avevano fissato un risarcimento di 13 milioni di euro alle parti civili che ora diverrà ancora più difficile riscuotere. Toccherebbe agli eredi farvi fronte ma dopo l’ordinanza tedesca le possibilità sono ridotte al lumicino.

Per tenere vivo il ricordo di questo terribile episodio della storia italiana, a Cerreto Guidi è stato aperto, nel 2011, il Museo della Memoria Locale (MuMeLoc), allo stesso tempo museo etnografico e museo storico. Le storie dei contadini della piana di Fucecchio e dintorni s’intrecciano con quelle dell’eccidio, in un percorso dove pareti, soffitti e pavimenti portano i visitatori nel mezzo delle paludi, tra i canneti, ai bordi delle distese d’acqua, in mezzo alle radure, tra il fruscio del vento che agita le fronde e il gracidare delle rane. Una quotidianità fatta di giornate in mezzo alla palude per pescare tinche e anguille, di donne che siedono ai bordi dei casolari intrecciando vimini per produrre fiasche e ceste, di contadini che escono per andare a lavorare la terra tornando solo la sera per scrivere o recitare, davanti agli amici, poesie e filastrocche in endecasillabi, secondo una tradizione tipica di queste zone. Una quotidianità brutalmente interrotta la mattina di quel 23 agosto.

Fonte Finestre sull’arte

La strage di Fucecchio è la quinta, per ordine di grandezza, fra quelle compiute in Italia dalle truppe tedesche di occupazione. 174 morti accertati e di quelle attribuibili direttamente alla Wermacht, e non alle SS, è la maggiore.
Luca Baiada, magistrato che ha indagato anche sull’«Armadio della vergogna», l’insabbiamento dei fascicoli sulle stragi naziste in Italia rimaste impunite, e che collabora alle riviste “Il Ponte” e “Questione giustizia” oltre che ad altre pubblicazioni politiche e giuridiche, ha dedicato alla ricostruzione dell’evento molti anni di attività. Sia in veste di magistrato che di storico.

Bibliografia

Principale:

Baiada Luca, Raccontami la storia del Padule. La strage di Fucecchio del 23 agosto 1944: i fatti, la giustizia, le memorie, Ombre Corte, Verona, 2016. (Acquistabile su IBS)

Balli Gian Paolo, Innocenti Michela, “Arrivonno e ci misero al muro…”. Voci e testimonianze di un massacro, C.R.T., Pistoia, 2004.

Bettazzi Enrico, Bonanno Metello, L’eccidio del Padule di Fucecchio, C.R.T, Pistoia, 2002.

Biscarini Claudio, Morte in Padule. 23 agosto 1944: analisi di una strage, Erba d’Arno, Fucecchio, 2014. (Acquistabile su IBS)

Bonanno Metello (a cura di), Barbarie e vittime: memorie di Padre Egidio Magrini, Pistoia,

 

 

 

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