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24 Febbraio 1990,muore “Sandro Pertini “Il Presidente più amato della storia della Repubblica Italiana

24 Febbraio 1990,muore Sandro Pertini “Il Presidente più amato della storia della Repubblica Italiana”

Ci sono vite a confronto delle quali i romanzi più avvincenti impallidiscono. Nato a San Giovanni di Stella, in provincia di Savona, nel 1896, Sandro Pertini ebbe appena il tempo di abbracciare la causa socialista sui banchi di scuola prima di ritrovarsi in trincea a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Nel corso dei combattimenti guadagnò sul campo la medaglia d’argento al valor militare, ma questo non lo risparmiò dalle persecuzioni fasciste una volta smobilitato.

Avversario irriducibile del Duce e dei suoi sgherri, Sandro Pertini patì le bastonature, il carcere e l’esilio, ma niente servì a piegarlo. Protagonista della Resistenza al nazifascismo, conquistò come partigiano una medaglia d’oro, divenendo celebre per il suo perentorio: “Bisogna mettere i tedeschi di fronte a un’alternativa, arrendersi o perire”. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Sandro Pertini diede il suo contributo alla stesura della Costituzione, intraprendendo poi una carriera politica riconosciuta da tutti come specchiato esempio di rigore e di onestà.

 

Ha partecipato alla prima guerra mondiale; ha intrapreso la professione forense e, dopo la prima condanna a otto mesi di carcere per la sua attività politica, nel 1926 è condannato a cinque anni di confino.Sottrattosi alla cattura, si è rifugiato a Milano e successivamente in Francia, dove ha chiesto e ottenuto asilo politico, lavorando a Parigi.Anche in Francia ha subito due processi per la sua attività politica.Tornato in Italia nel 1929, è stato arrestato e nuovamente processato dal tribunale speciale per la difesa dello Stato e condannato a 11 anni di reclusione.Scontati i primi sette, è stato assegnato per otto anni al confino: ha rifiutato di impetrare la grazia anche quando la domanda è stata firmata da sua madre.Tornato libero nell’agosto 1943, è entrato a far parte del primo esecutivo del Partito socialista. Catturato dalla SS, è stato condannato a morte.La sentenza non ha luogo. Nel 1944 è evaso dal carcere assieme a Giuseppe Saragat, ed ha raggiunto Milano per assumere la carica di segretario del Partito Socialista nei territori occupati dal Tedeschi e poi dirigere la lotta partigiana: è stato insignito della Medaglia d’Oro.

La mattina del 26 luglio 1943 Pertini mentre stava passeggiando lungo i cameroni dei confinati notò la costernazione dei militi in camicia nera. “Erano le otto, udimmo scandire il segnale orario, un breve silenzio e poi la lettura di un comunicato: “Sua maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro, segretario di Stato, presentato da S.E. il cavalier Benito Mussolini.”. Applaudimmo e ritornammo verso i cameroni. Strano quello che accadeva in noi: erano venti anni in esilio, in carcere, al confino, che attendevamo la caduta del fascismo e adesso l’accoglievamo senza alcuna manifestazione di esultanza.Pensavamo alla responsabilità che sarebbe pesata sulla classe dirigente, su di noi, all’eredità fallimentare lasciata dal fascismo. Costituimmo un comitato che prendesse in mano la colonia dei confinati composta da circa ottocentocinquanta persone, ci recammo dal commissario Guida, pallido in volto. Notai che il ritratto di Mussolini era sparito, c’era ancora quello del re.

Pensò che fossimo andati per arrestarlo ma ci limitammo a presentare alcune richieste fra le quali la gestione della colonia da parte del Comitato, la cessazione del pedinamento, l’eliminazione della camicia nera da parte delle milizia. Il direttore della colonia doveva intervenire presso il Ministero degli Interni perché si provvedesse al più presto alla liberazione di tutti i confinati politici”.
Successivamente dall’isola di Ventotene Pertini scrive a Badoglio un telegramma chiedendo l’immediata liberazione dei confinati. Un mattino d’agosto il commissario Guida informa Pertini che era finalmente libero. Solo lui. A quel punto Pertini rifiuta di lasciare l’isola finché non saranno liberati tutti i confinati. Ma molti compagni del comitato insistono affinché Pertini si rechi a Roma a sollecitare Badoglio per far liberare anche gli altri.

“A Roma insieme con Bruno Buozzi, andiamo tutti i giorni dal capo della polizia, Carmine Senise, e infine riusciamo a ottenere la liberazione dei confinati”. Poi parto per Stella a salutare mia madre. Mi fermai a casa sua tre giorni e poi tornai a Roma. Fu quella l’ultima volta che la vidi”.
Con Saragat, appena arrivato dalla Francia, Nenni e Pertini danno vita al primo esecutivo del Partito Socialista. Il 30 agosto del 43 si crea un comitato interpartitico composto da Riccardo Bauer (Partito D’Azione), Luigi Longo (Partito Comunista), Sandro Pertini (Partito Socialista ). Pertini progetta la costituzione di una forza armata antitedesca. Il 10 settembre 1943 Pertini guida i gruppi di resistenza a Porta San Paolo, tentando di contrastare l’ ingresso nella capitale delle truppe tedesche, combattendo a fianco di granatieri e usando come proiettili anche cubetti di porfido. Si guadagna in questi giorni la medaglia d’oro al valor militare . L’8 settembre 1943 si pone alla testa degli ardimentosi civili che a fianco ai soldati dell’esercito regolare contrastarono tenacemente l’ingresso delle truppe tedesche nella capitale.

Conduce vita clandestina come gli altri militanti delle organizzazioni della Resistenza, assume i nomi di Nicola Durano e Mario Clerici. Quando Togliatti, sbarcato a Napoli proveniente dall’URSS, aderisce alla formazione di un governo di unità nazionale, formato da tutti i partiti antifascisti, compreso il Monarchico ed escluso il partito d’Azione, Pertini si ribella. Non accetta quella scelta che considera traditrice degli ideali per i quali avevano tanto sofferto centinaia di patrioti nelle carceri e al confino. La Collaborazione con la Monarchia voleva dire rifare la verginità alla Monarchia. Gli avvenimenti incalzano e l’occupazione tedesca ripropone un clima di terrore. Pertini e Saragat sono arrestati .
Pertini viene interrogato in questura dal capo della polizia Bernasconi che gli chiede l’indirizzo di Nenni e degli altri compagni, ma, a costo di farsi fucilare non dice nulla. Viene fatto rinchiudere a Regina Coeli. Rimarrà con Saragat nel sesto braccio, quello dei politici, fino al 15 novembre, poi entrambi saranno condannati a morte e trasferiti al terzo braccio in una cella con quattro ufficiali badogliani. Intanto il comitato interpartitico decide di sottrarli ai tedeschi lasciando operare l’organizzazione militare clandestina del Partito Socialista.

Le SS li detengono in attesa di fucilarli con altri cinque detenuti a disposizione della giustizia italiana. Si muovono in clandestinità Vassalli, Giannini, Lupis, Gracceva, Maiorca, i coniugi Alfredo e Marcella Monaco. I primi due sono stati giudici al tribunale militare di Roma fino all’8 settembre. Dispongono di carta intestata e di timbri sottratti al tribunale prima di darsi alla macchia. Lupis è un giovane avvocato che , grazie alla professione, può frequentare il carcere. Gracceva e Vassalli sono comandanti di formazioni combattenti partigiane. Maiorca, socialista, è tenente presso l’ufficio di polizia dove i detenuti debbono passare per legge dopo la scarcerazione per un controllo dei documenti . Alfredo Monaco è medico a Regina Coeli e sua moglie può predisporre il nascondiglio in cui alloggiare i fuggiaschi. Il 14 gennaio, allorché arriva l’ordine di scarcerazione, falso ma perfetto nella forma, i tedeschi si apprestano a liberare i detenuti ma il direttore del carcere , poiché sono le 18.30 e mancano pochi minuti al coprifuoco , vorrebbe scarcerarli l’indomani.

Il complotto potrebbe essere scoperto e allora Lupis esce dal carcere, corre in una vicina caserma di polizia, a Trastevere e, fingendosi funzionario della questura sollecita il rilascio. Durante una riunione dell’esecutivo del PSIUP (Partito Socialista italiano di unità proletaria) si decide di lasciare andare Pertini, il quale ha chiesto di recarsi al nord. Raggiunge Milano nel maggio del 1944 sull’auto di un amico .
Viaggia in tutto il settentrione e con Guido Mazzali consolida l’organizzazione della stampa clandestina socialista . Milano è teatro degli attentati dei Gap, delle rappresaglie tedesche, come quella di Piazzale Loreto, del 10 Agosto  1944.

 

In giugno, Roma viene liberata e Nenni lo richiama nella capitale.
Per ritornare e superare la divisione in due dell’Italia Sandro tenta di raggiungere la Corsica partendo da Genova ma non riesce a trovare un motoscafo dopo essere stato lasciato a terra da Edgardo Sogno, il partigiano monarchico che gli aveva dato appuntamento per compiere con lui lo stesso viaggio ma che non l’aveva aspettato. Lasciato solo in Liguria, Pertini rischia di essere facilmente riconosciuto e fugge a Chiavari, poi a La Spezia da dove raggiunge Prato in auto, circondato dai bagliori dei colpi di artiglieria tedesca. A piedi da Prato a Firenze. E’ a Firenze con Gaetano Pieraccini , il tempo di prendere parte all’ insurrezione della città, l’8 agosto, quando la popolazione scende in piazza, e da una tipografia fa uscire un numero dell’ “AVANTI !”.
Torna al nord dove la liberazione deve ancora essere compiuta e dove nel CLNAI (Comitato Liberazione Alta Italia) c’è bisogno di un socialista come lui. Con Cerilo Spinelli raggiunge Napoli da dove decolla su un aereo diretto a Lione, da qui a Chamonix, ad affrontare il Monte Bianco dal quale discendere nella Pianura Padana occupata dai nazisti. Fu durante quella leggendaria traversata del Monte Bianco che Pertini imparò a fumare la pipa: gliene aveva regalata una, di marca Rops, una delle guide francesi e un ufficiale inglese aveva aggiunto il tabacco. Da allora è diventato un vero collezionista di pipe e preferisce sempre quelle italiane e il tabacco danese, anche da Presidente della Repubblica, e quelle artistiche di erica ligure di un famoso stilista genovese.

Agli inizi del ’45 sposa Carla Voltolina, staffetta partigiana conosciuta a Torino.
Il 29 Marzo 1945 viene costituito un Comitato militare insurrezionale in seno al CLNAI, nel quale vengono designati Leo Valiani per gli azionisti, Sandro Pertini per i Socialisti e Luigi Longo per i Comunisti. Ha lo scopo di dare il via all’insurrezione prima dell’arrivo degli alleati e di occupare le città a mano a mano che i tedeschi si ritirano.
Il 25 aprile, alle ore 14, è predisposta l’insurrezione di Milano. Mussolini viene condannato a morte dal CLNAI, ma riesce a fuggire verso la Valtellina lasciando libera la Prefettura che viene occupata dai partigiani: il nuovo prefetto è Riccardo Lombardi. Il 26 aprile Pertini tiene un comizio in piazza Duomo, accanto al monumento di Vittorio Emanuele II, circondato dai partigiani. Pertini ricorda che nello stesso momento in cui parlava nella Milano liberata, suo fratello Eugenio veniva ucciso e messo in un forno crematorio nel campo di concentramento di Flossemburg.

Discorso di Sandro Pertini dopo la liberazione a Milano il 26 Aprile 1945

Poco dopo parla da Radio Milano Libera, e annuncia l’imminente fine della guerra . In una edizione romana dell’ Avanti! scrive Pietro Nenni : “Alessandro Pertini negli ultimi anni la sua storia si conforma con quella dell’antifascismo clandestino e ne costituisce una delle pagine più belle. Centinaia di giovani socialisti rispondono al suo appello, si formano alla sua scuola. Questo è l’uomo eloquente, appassionato, nervoso, divorato da un amore smisurato: l’amore per la libertà e per il socialismo”.

E sarà Pertini anche tra le personalità che decideranno il destino del Duce: “Mussolini, mentre giallo di livore e di paura tentava di varcare la frontiera svizzera, è stato arrestato. Egli dovrà essere consegnato a un tribunale del popolo, perché lo giudichi per direttissima. E per tutte le vittime del fascismo e per il popolo italiano dal fascismo gettato in tanta rovina egli dovrà essere e sarà giustiziato. Questo noi vogliamo, nonostante che pensiamo che per quest’uomo il plotone di esecuzione sia troppo onore. Egli meriterebbe di essere ucciso come un cane tignoso”.

Di Pertini preme ricordare l’idea di unità della classe lavoratrice: sebbene fosse autonomista convinto.
Vassalli ricorda ancora: “L’animo e la tradizione di Pertini erano tali che Egli non avrebbe mai potuto abbandonare il suo partito”.
Lo ricordiamo come Direttore del Lavoro di Genova, Direttore dell’Avanti!, capolista socialista in Liguria per la Camera dei Deputati.
Non volle mai incarichi ministeriali, interpretò attivamente la vita parlamentare divenendo Vice Presidente della Camera e, successivamente, Presidente, per due legislature: dal 5 giugno 1968 al 4 luglio 1976.
A 82 anni, l’8 luglio del 1978  in un momento difficile per la Repubblica macchiata di sangue nel periodo degli anni di piombo, fu eletto a stragrande maggioranza con 832 voti su 995 votanti, Presidente della Repubblica Italiana

 fin dai primi anni della Sua presidenza, durante i quali le regole democratiche erano minate dalla corruzione, dal terrorismo, da lobbies affaristiche, lottò senza tregua, come era suo carattere, per il riscatto di tutti, con grande vigore civile, tanto da ottenere anche la piena stima degli avversari politici, per la sua indiscussa rettitudine. In quegli anni divenne caposaldo dell’Italia democratica, un punto di riferimento per i cittadini onesti che videro in Lui un vero interprete dei valori di libertà e di democrazia.
I Suoi sette anni al Quirinale ricostruirono un senso generale di fiducia nelle istituzioni. Egli interpretava la politica come servizio e non come professione, esaltando il primato della politica con coerenza morale di uomo giusto e rispettoso delle idee altrui.
All’indomani della sua elezione a Presidente della Repubblica, l’allora segretario del PCI, Enrico Berlinguer, dichiarava: “Pertini è stato un fiero e intransigente antifascista, valoroso combattente e dirigente della Resistenza e, fin dalla sua giovinezza, ha lottato per la causa dei lavoratori e della loro emancipazione. Con Lui sale per la prima volta al Quirinale un eminente esponente socialista del movimento operaio che ha lavorato sempre per la sua unità.

La sua alta moralità lo rende degno rappresentante dell’unità nazionale e supremo garante della Costituzione democratica”.Quando Berliguer morì alcuni anni dopo,11 giugno 1984 Pertini pianse davanti al feretro come se avesse perso un figlio .Il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che si trovava già a Padova per ragioni di Stato, si recò in ospedale per constatare le condizioni di Berlinguer. Fece in tempo a entrare in stanza per vederlo e baciarlo sulla fronte. Si impose, poche ore dopo il decesso, per trasportare la salma sull’aereo presidenziale, dicendo: «Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta». Commovente fu il suo saluto al funerale, il 13 giugno, al quale partecipò circa un milione di persone:il presidente si chinò con la testa sopra la bara, baciandola tra gli applausi dei presenti.

E Galante Garrone: “Le ragioni del compiacimento vanno al di là della politica. Da oggi al Quirinale torna a sventolare, bella come non mai, la bandiera dell’antifascismo e della Resistenza”.
Norberto Bobbio ricorda l’interpretazione nobile della politica: “La moralità dell’uomo politico consiste nell’esercitare il potere che gli è stato affidato, al fine di perseguire il bene comune. Non c’è un solo cittadino italiano che non sia fiero di essere stato rappresentato nel nostro Paese e nel mondo da un Uomo che ha interpretato il diritto degli uomini come cosa sacra, sia nell’esercizio del suo incarico istituzionale che sotto il dominio fascista”.
Pertini si è fatto sentire dall’alto della Sua autorità di Capo dello Stato per denunciare altri capi di Stato o di Governo che calpestavano i diritti di democrazia e libertà. Norberto Bobbio ricorda l’intervento di Pertini contro il generale Bignone, Presidente della repubblica argentina: “Non mi interessa che altri capi di stato non abbiano sentito il dovere di protestare come ho protestato io. Peggio per loro, ciascuno agisce secondo il suo intimo modo di sentire. Io ho protestato e protesto in nome dei diritti civili e umani, in difesa della memoria di inermi vittime di morte orrenda”.
Per Sandro Pertini il socialismo è democrazia e rispetto dei diritti dell’uomo.
“Libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’uno presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale. La libertà non integrata da una politica che s’ispiri al principio della giustizia sociale, si risolve spesso nella libertà di morire di fame”.

La sua incapacità di resa fu talmente “mostruosa”, nel senso latino della parola, cioè prodigiosa, che si è talvolta tentati di crederla generata da un insopportabile orgoglio, amor proprio nel significato preciso di amore di sé; enorme culto della propria personalità, egocentrismo portato alle estreme conseguenze nel vissuto, oltre che a paradossali espressioni e comportamenti di ambiziosa autocoscienza. Ma questa interpretazione cozza contro la inconfutabile, dichiarata fedeltà ad una precisa ideologia di base: che cosa è il socialismo se non altruismo? E l’ideologia della giustizia sociale è cristianamente, senza ombra di dubbio, non egocentrica. Amava i compagni e la sua lotta fu sempre appassionata nell’anelito sociale a un bene comune. Quindi il suo orgoglio smisurato non era che aderenza coerente ad una fedeltà accanita per l’ideale del bene comune.

Per questo non irritava il popolo ma suscitava simpatia, ispirava consensi. Né la giustizia era per lui esclusivamente sociale: rigorosissima inappellabile, fu una virtù, e un vizio che gli fecero prendere gravi decisioni drastiche certo non politiche, impassibilmente coerenti al suo implacabile credo.
Era, senza possibilità di dubbio, un estremista. Forse anche per questo così amante dei giovani, e non solamente per una ottimistica attività preferenziale tesa al futuro. Erano, i giovani, la parte di sé più ardentemente scatenata ad oltranza verso il traguardo, e tentata da una intima insofferenza di regole frenanti. Non faticosamente: spedito nel passo sino alla fine.

Un altro punto fermo di Pertini fu quello della pace fra i popoli. A Strasburgo l’11 giugno 1985 ha ammonito: “La pace non può basarsi a lungo sull’equilibrio del terrore…l’equilibrio è instabile. La pace ha una sostanza che è dialogo, fiducia, distensione, intesa, disarmo e cooperazione in un ordine internazionale legittimato dal consenso”.
“L’Italia deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire”.
Un costante pensiero Pertini lo rivolge sempre ai lavoratori e ai giovani: “Bisogna sia assicurato il lavoro ad ogni cittadino, la disoccupazione è un male tremendo che porta anche alla disperazione. Questo, chi vi parla, può dire per personale esperienza acquisita quando in esilio ha dovuto fare l’operaio per vivere onestamente. La disoccupazione giovanile deve soprattutto preoccuparci se non vogliamo che migliaia di giovani, privi di lavoro, diventino degli emarginati nella società, vadano alla deriva e, disperati, si facciano strumenti dei violenti o diventino succubi di corruttori senza scrupoli”.

Egli ripeteva che la Sua coscienza di Uomo libero si era formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si era rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Filippo Turati, Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, Don Minzoni, Antonio Gramsci .
Luis Borges ha scritto di Pertini: “L’intima caratteristica di un’anima è qualcosa che sentiamo immediatamente con certezza misteriosa…Pertini è esempio di rettitudine e di uomo esemplare”.
Egli soleva dire: “Chi cammina inciampa, anche, qualche volta, ma l’essenziale è riprendere il cammino”.
Sandro Pertini, un patrimonio di storia, di idealismo puro, di cultura, di lotta, di nobiltà, di passione che abbiamo il compito di portare avanti.
Si rischia la retorica, ma nell’impegno del nostro centro culturale si vuole interpretare, con umiltà, la concezione nobile del socialismo romantico, a fianco dei bisogni della gente, delle fasce deboli della società, difendendo, la giustizia sociale e la libertà.

Sandro Pertini Muore il 24 Febbraio del 1990 a 93 anni per le conseguenze riportate per una brutta caduta , lasciando un vuoto e un dolore incolmabile per la sua scomparsa.Nel suo testamento si legge che non vuole i funerali di Stato, viene cremato e le sue ceneri vengono inumate nel cimitero di Stella San Giovanni, suo paese natale alla presenza degli amati familiari .

Lo abbiamo conosciuto da giovanissimi, gli abbiamo voluto bene, lo abbiamo ammirato e seguito per la sua concezione semplice, popolare della politica, la sua passionalità, il suo essere schietto, irascibile, a volte burbero, ma anche dolce, la sua etica, il suo grande esempio di onestà.
Il suo cuore di socialista romantico continuerà a battere nel cuore di chi, come noi, crede nella giustizia e nella libertà, ideali fondamentali del pensiero di Pertini.
Lo ricordo, infine, attraverso l’ultimo incontro al Quirinale: “Voi giovani non venite meno all’impegno per la giustizia e la libertà, non scendete a compromessi, difendete la vostra dignità, costi quello che costi!”, ci disse. Poi, un lungo caro abbraccio, l’ultimo. Vorrei che quell’abbraccio continuasse..

 

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