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6 settembre 1944, i nazifascisti impiccano 29 partigiani :La strage di Figlene

La 334ma Divisione di Fanteria della Wehrmacht in ritirata comandata dal Maggiore di complemento Karl Laqua, che aveva combattuto in Lazio, in Abruzzo, in Umbria e in Toscana, ritirandosi lungo la Val di Chiana e il Pratomagno a fine agosto del 1944, fu trasferita nell’area di Prato e da qui riprese la ritirata verso l’Emilia.



Nell’ambito della cosiddetta “lotta alle bande”, forte anche delle direttive vincolanti emanate per tutte le forze tedesche di stanza in Italia dal feldmaresciallo Kesselring che comprendevano la cosiddetta “clausola dell’impunità”, in base alla quale fu fornita esplicitamente piena copertura giuridica a qualsiasi eccesso compiuto da ufficiali subalterni durante le azioni contro i partigiani, il comandante di questa unità dell’esercito germanico ordinò, forse dopo un processo sommario fatto al comando tedesco che si trovava a Villa Nocchi a Figline di Prato, l’impiccagione di 30 partigiani catturati dopo un conflitto a fuoco avvenuto nella zona di Pacciana.

La mattina del 6 settembre 1944 la Brigata “Buricchi” aveva lasciato il monte Javello per scendere a valle e partecipare alla liberazione di Prato, con un sistema di staffette si avvicinava suddivisa in vari gruppi all’abitato di Figline.
La stretta collaborazione fra i partigiani della Buricchi e le famiglie del luogo aveva permesso di sottrarre alle razzie dei tedeschi centinaia di capi di bestiame. In quei mesi il latte dei Faggi di Javello riforniva clandestinamente molti poderi, a volte i partigiani riuscivano a far avere il latte dei Faggi anche all’ospedale di Prato.
Firenze era già libera da quasi un mese, gli alleati erano alle porte, la guerra in questa area stava per finire.

Non del tutto chiare a tutt’oggi sono le circostanze che portarono la formazione partigiana alla decisione di scendere in città con l’esito molto probabile di scontrarsi con i tedeschi ancora presenti in zona, numericamente superiori e molto bene armati.
Si parlò di una guida che non si era presentata, di un agguato in piena regola e del fatto che i soldati tedeschi conoscessero i movimenti dei partigiani….
Ecco ciò che risulta da un rapporto dei militari tedeschi trovato nell’Archivio Militare di Friburgo:

6.9.44 Nelle prime ore del mattino è stata scoperta una banda bene armata, forte di 150 uomini presso Figline di Prato. Nel corso dello scontro a fuoco sono stati abbattuti 40 banditi e catturati 35 prigionieri (tra i quali 7 russi) oltre ad 1 mitragliatrice pesante, 1 leggera, 1 mortaio e numerose armi leggere.

Sulla spalletta del torrente Bardena vengono allineati 31 partigiani, alcuni feriti o addirittura già morti. Mentre vengono impiccati uno ad uno cade sull’abitato un colpo dell’artiglieria alleata. Nel fumo e nel fuggi fuggi generale un partigiano riesce a scappare. Poco dopo un secondo colpo d’artiglieria replica la scena ed un secondo partigiano riesce ad allargare il nodo che già aveva alla gola e fuggire, ma si rifugia in un nascondiglio pieno di tedeschi. Lo rimettono sullo sgabello ma prima che glielo levino di sotto i piedi un terzo colpo di obice si abbatte di nuovo nella zona, questa volta il partigiano riuscirà a scappare.

Ad uno dei partigiani si rompe la corda, in spregio alla consetudine che farebbe salvo il condannato i tedeschi lo obbligano a riannodarsi la corda e a risalire sullo sgabello.
Alla fine della giornata 29 corpi penderanno dalle travi della via che oggi è a loro intitolata.
Le corde usate in quell’occasione sono tutt’oggi conservate in una teca del monumento poco distante.
Molti dei partigiani sbandati vennero intercettati nei pressi di Schignano e Vaiano, anche a giorni di distanza, e lì impiccati.

Più articolata l’avventura di un gruppo di cinque partigiani: vennero presi all’altezza di Cerreto mentre tornavano verso i monti, fra loro Armando Bardazzi e i fratelli Moggi. I cinque però aggrediscono le loro guardie e dopo una dura lotta ne hanno ragione. Ferruccio Moggi nel tentativo di salvare il fratello Gino rimane ucciso da un colpo di fucile alla schiena.
Un giovane di Cerreto, Enzo Fissi, venne passato per le armi nello stesso luogo poco tempo dopo, passava di lì per caso.

Da Quaderni del Ponte
La guerra finisce
La guerra continua
di Maria Luigia Guaita

6 settembre
Sono le ultime ore dell’occupazione nazista del territorio pratese e le Popolazioni attendono con ansia la liberazione.
La frazione di Figline di Prato è alle falde del Monte Javello sulla strada che conduce a Migliana, ossia sulle cime dell’Appennino Toscano.
La sera del 5 settembre la gente di Figline si corica attendendo l’indomani con le sue incognite. Ad un tratto il perfetto silenzio dovuto al coprifuoco, vien rotto dal baccano di truppe in transito, non solo il passo cadenzato della truppa, ma anche il rumore di carriaggi, di zoccoli di quadrupedi e di automezzi. Passata una formazione di truppe, dopo poco ne transita una successiva.
Improvvisi il crepitio di mitraglia, gli scoppi di bombe a mano, colpi dirompenti propri dei pezzi di artiglieria. È uno scontro a fuoco violentissimo, che dura, certamente tra i nazisti in fuga ed i Partigiani che hanno le basi su quelle montagne.
Poi il silenzio cupo e foriero di tragedia ritorna.
L’indomani, 6 settembre, alle ore 9.00 circa, le SS naziste si aggirano per la Frazione, entrano da padroni nelle case e si appropriano di tavole, di sedie, di corde …
Il Signor Bailonni, a Figline di Prato in qualità di sfollato, tratto dall’abitazione ebbe l’ordine di rimanere accanto al “Maggiore”, l’ufficiale delle SS che comandava la squadra militare e di non avere paura. Doveva soltanto vedere ciò che sarebbe stato fatto dai nazisti.
Poco distante, un gruppo di giovani partigiani catturati nel combattimento, laceri, sporchi di terra e di sangue, esausti. Il Bailonni li contò: erano 21.
Ai lati della strada alcuni carretti: su uno c’erano due moribondi e sugli altri numerosi ormai privi di vita.
In un vicolo, il cui ingresso è costituito da un arco, da finestra a finestra i nazisti avevano collocato delle travi e passate su di esse le corde per impiccare i Partigiani catturati…

Santino è uno dei due scampati sentiamo nei suoi ricordi quello che avvenne dopo.

Ci portano alla Villal Cipriani – e li troviamo altri ventidue compagni. In un angolo si lamenta un ferito, è il mio amico Ridolfi. Mi rendo conto che è già in fin di vita. – Anche il Risaliti deve essere grave un soldato tedesco con un pennello scrive in italiano sul coperchio di una cassa da imballaggio: “Cosi finiscono coloro che tentano di intralciare la gloriosa marcia dell’esercito
tedesco”.
È tutto intento ad ornare di svolazzi la prima e l’ultima sillaba del suo capolavoro. – “Ci siamo!” penso, “qui, sé si va ancora avanti per altri dieci chilometri è tutta vita trovata”.
Uno, ancora un ragazzo, comincia a piangere e a chiamare la mamma quando i tedeschi danno l’ordine di riprendere la marcia. Fanno sistemare il Ridolfi già cadavere é i quattro feriti gravi su alcune scale che stanno appoggiate al muro della villa. Le scale per potare gli ulivi servono da barelle. A me tocca portare il Risaliti.
Quelli che non hanno scale camminano con le mani incrociate dIetro la testa.
Non abbiamo mangiato dal giorno prima e dalla sera nessuno ha bevuto. Camminiamo sotto il sole, al di là delle siepi polverose l’uva matura. Con la bocca arida si spasima per quell’uva ma l’istinto di conservazione ci impedisce un gesto disperato.
Ogni tanto mi si annebbia la vista e inciampo e allora il Risaliti si lamenta:
” Fai piano, fai piano per la Madonna! “. E io gli dico: “Fo piano, fo piano, ma che tu muoia qui o più n là non è lo stesso? “. E tanto mi tormento che quasi preferirei essere il Ridolfì.
Il corteo arriva a Figline. Ci sono delle donne per la strada che ci guardano spaurite e sgusciano in casa. Altre sbirciano dalle finestre e chiudono in fretta le persiane. Il paese è tutto silenzio. Siamo addossati alla spalletta del torrente, il sole è già alto. La testa della fila è ferma davanti a una stradetta che ìmmette nella strada provinciale attraverso un sottopassaggio.
Davanti all’arco tre o, quattro tedeschi discutono, è con loro un ufficiale.
Sorge nel cuore una folle speranza, è impossibile che non avvenga qualcosa: arriveranno gli americani, sono tanto vicini, qualcuno sarà corso ad avvertirli. Anche un tentativo di rivolta dei paesani, qualche sassata o qualche grido di incoraggiamento. Ma il paese sembra morto e noi fermi come statue: quelli con le scale, gli altri con le mani dietro la testa e i tedeschi impalati davanti e il mitra spianato.
L’acqua del torrente gorgogliava tra i sassi; le cicale, al di là strillavano impazzite, il cielo casì azzurro e limpido.
“Qui ci fucilano, qui si muore”;
Ma anche la fucilazione è una folle speranza. Ora sono davanti a noi altri tedeschi, hanno delle funi avvoltolate al braccio. Grosse funi da pozzo ancora bagnate. Si mettono a disfarle con metodo. Da una fune a tre capi fanno tre funi a un capo solo.
Da sotto l’arco viene una vecchia tutta curva, ha una mezzina piena d’acqua, l’acqua sgocciola bagna la strada.
Il Risaliti trova il fiato di chiedere da bere. La donna guarda i tedeschi; guarda i partigiani, ha gli occhi rossi il mento le trema e l’acqua sgocciola più forte, sempre più forte ma lentamente si avvicina al ferito.
Sta per superare il primo tedesco ma quello si volta e grida: “Raus!”. La vecchia si ferma, non va né avanti né indietro, la mezzina rotola, l’acqua se la beve la polvere. È 1ì tremante impaurita, poi il primo uscio si apre appena un poco, la vecchia sparisce.
Viene portato un tavolino, una sedia per l’ufficiale, ai lati sono due attempati pratesi sfollati a Figline che molti di noi riconoscono, dovranno fungere da testimoni. L’interprete legge traducendo:
“Nello scontro con i partigiani i tedeschi hanno avuto quattro morti e cinque feriti, per questo i prigionieri saranno impiccati. Davanti al maggiore siamo ventisei, per terra accasciati quattro feriti e il morto.
Uno dei testimoni, il Bailonne, coraggiosamente chiede: “Ma come potete sapere che questi siano tutti partigiani?”
L’interprete traduce. Il maggiore dice: “Siamo sicuri che questi sono stati mandati dagli inglesi per uccidere i soldati tedeschi”.
Invita il Bailonne a raccogliere le ultime volontà dei morituri, mentre i tedeschi restano immobili, i mitra puntati.
Il Bailonne, pallido sconvolto passa davanti a ciascuno di noi: chi gli dice il proprio nome, chi ricorda la madre, la fidanzata. Ora il vecchio è davanti a me; eppure mi conosce bene ma non mi ravvisa. Sembra che debba svenire da un momento all’altro. Non gli dico nulla, lo guardo e gli sorrido per fargli coraggio.
I tedeschi sono quarantasei, è la terza volta che li conto, sono venti più di noi, dietro le finestre sprangate c’è tutto un paese, morti per morti perché non tentare? Dico al compagno più vicino
“Passa la voce, diamogli addosso”, ma un tedesco spinge avanti il primo della fila, verso le corde che penzolano dal trave. Il ragazzo non, vuole morire, si rannicchia contro la spalletta del fiume, scalcia, grida, lo trascinano in tre, lo sento ancora gridare poi silenzio.
Tocca al secondo.
Le corde non erano adatte, non scorrevano ed allora quei disgraziati si aggrappavano alla corda con le mani per non morire. Già fiaccati, non potevano resistere a lungo, era solo un’agonia più lenta, più feroce.
Arrivati a nove, i tedeschi tolgono dalla fila quattro partigiani perché provvedano ad impiccare i feriti e il morto; fra quelli ci sono anch’io.
Cerco di temporeggiare, mi dirigo verso il morto, lo tiro per un braccio, e il braccio mi resta in mano.
Il Risaliti, ogni volta che vedeva impiccare un compagno, urlava disperato ma, quando capì che avrebbero impiccato anche lui, non disse più nulla, anzi si adoperò, così ferito, a facilitare il compito dei compagni che lo trasportavano.
Gli uomini erano impiccati a due per volta, dopo ogni gruppo c’era una sosta di qualche minuto. Le travi dell’arco d’ingresso di questa stradicciola di campagna non erano sufficienti per trenta capestri, allora tra finestra e finestra della stretta via vengono messe due travi e anche da quelle pendono
le corde. Il comandante fuma ininterrottamente, Bailonne sembra sul punto di morire.
È il turno di un giovane di diciotto anni Mario Tronci di Prato; è rassegnato e silenzioso, sale sul tavolo dal tavolo sulla sedia. Il tedesco gli mette il cappio al collo un altro tedesco tira via la sedia, ma la corda si spezza e il ragazzo cade per terra, vivo! Si rialza ancora incerto, poi ha uno scoppio di gioia: “Fortuna!” grida.
Anche i tedeschi sono interdetti. Il comandante ha un attimo di esitazione poi getta la sigaretta: ha un gesto breve. Il Tronci capisce e con supremo disprezzo sale sul tavolo. Si accerta che la sedia non traballi, stringe in mano la fune rotta, rifà da sé il laccio mentre tutti tedeschi e condannati lo guardano sbalorditi. Vi infila la testa e gridando: “Viva l’Italia libera!” dà un calcio alla sedia. Altri
allora lo imitano e muoiono gridando: “Viva l’Italia libera”.

Ogni volta il maggiore getta la sigaretta per riaccenderne subito un’altra.I soldati tedeschi si comportano con una specie di ottusità, di pazzia.
Fra i prigionieri c’è anche un russo. Quand’è il suo turno sale sul tavolo e poi sulla sedia. Infilando la testa nel nodo scorsoio sferra al tedesco un pedatone che quello ruzzola per terra; inferocito sfodera la baionetta e si getta contro il russo già morto. Restano quattro capestri vuoti, sono per
noi quattro che abbiamo aiutato ad impiccare i feriti e il morto. Ognuno di noi vuol rimanere ancora un poco in vita.
Anche davanti a quei cadaveri ancora caldi, lordi di sangue di feci e di sperma: quel puzzo orribile è
ancora vita. I capestri disponibili sono rimasti due. Una cannonata.
Un’altra, un’altra ancora più vicina fa andare in pezzi i vetri delle finestre ancora chiuse e dondolare i cadaveri. I tedeschi scappano, anch’io scappo con il compagno. Il comandante sbraita, alcuni soldati ci inseguono, ci riacciuffano e ci portano sotto i capestri. Le cannonate fioccano che pare il giorno del giudizio.
I soldati impiccano il mio compagno ma mentre tolgono la sedia sotto i piedi del disgraziato arriva una cannonata e un’altra ancora tanto vicine che i tedeschi si cacciano dietro al muretto e io scappo per la seconda volta su per la stradetta che si allarga in una piccola piazza.
Vedo delle porte aperte, a caso ne infilo una. C’è gente dentro che mi fa largo spaurita indicandomi l’uscita su una strada adiacente. Traverso la strada, in fondo una casa, sul ballatoio una vecchia.
Corro fino da lei che mi guarda spaventata: “ Nonna, nonnina” supplico “salvatemi per l’ amor di Dio!”. La nonna mi fa scudo del suo sottanone nero e io scivolo in casa.
La donna fissava stupita i miei capelli così insistentemente che mi venne fatto di toccarmeli e li sentii ritti sotto le dita. Ora la vecchia apre l’uscio dell’orto, accenna una botola: “Vai là figliolo, è un pozzo nero, ma è vuoto!”.
Quando sono là dentro il bombardamento ricomincia ma più forte del bombardamento sento nella cella di cemento il battito del mio cuore. Ancora passi, voci, parole tedesche; due soldati si fermano a pochi metri; le ombre arrivano dentro la botola aperta. Mi tocco i capelli, sono ritti come tanti aghi che mi vien voglia di ridere.
I soldati si allontanano: io non resisto più, voglio scappare, andare lontano, il più lontano possibile da quel maledetto posto! Scavalco il muro dell’orto, ancora un’orto, ancora un muro. Al di là del
muro, sulla strada un vecchio contadino.
“Oh, quell’uomo, ce n’è tedeschi?”.
E quello con voce soffocata: “Oh che se’ grullo, qui c’è pieno di tedeschi!”.
Mi ributto giù nell’orto, mi accuccio ai piedi del muro.
Un leggero fischio parte dalla casa. Una ragazza è sulla porta e mi fa cenno. A gattoni entro in una cucina. La ragazza mi fa lavare, mi porta altri vestiti, mi aiuta a cambiarmi. Mesce del vino che mi mette calore addosso, poi mi lascia per tornare poco dopo con un vecchio cappello da uomo, dice impacciata: “Penso sia meglio che lo mettiate!”.
Di nuovo mi tocco i capelli, sono sempre tutti ritti.
La ragazza sorride con dolcezza, io, le braccia incrociate sulla tavola, singhiozzo come un bambino. Sento una carezza sui capelli.

Più gruppi di partigiani vengono in contatto con l’esercito tedesco, alcuni partigiani vengono uccisi, feriti o fatti prigionieri. Molti altri si sbandano e sono vittime dei successivi rastrellamenti.
Sulla spalletta del torrente Bardena vengono allineati 31 partigiani, alcuni feriti o addirittura già morti. Mentre vengono impiccati uno ad uno cade sull’abitato un colpo dell’artiglieria alleata. Nel fumo e nel fuggi fuggi generale un partigiano riesce a scappare. Poco dopo un secondo colpo d’artiglieria replica la scena ed un secondo partigiano riesce ad allargare il nodo che già aveva alla gola e fuggire, ma si rifugia in un nascondiglio pieno di tedeschi. Lo rimettono sullo sgabello ma prima che glielo levino di sotto i piedi un terzo colpo di obice si abbatte di nuovo nella zona, questa volta il partigiano riuscirà a scappare.
Ad uno dei partigiani si rompe la corda, in spregio alla consetudine che farebbe salvo il condannato i tedeschi lo obbligano a riannodarsi la corda e a risalire sullo sgabello.

Alla fine della giornata 29 corpi penderanno dalle travi della via che oggi è a loro intitolata

Solo due giorni dopo Prato sarebbe stata liberata.

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