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Primo Maggio 1947 ” la strage di portella delle ginestre

Il primo maggio del 1947, nei pressi della Piana degli Albanesi, vicino Palermo, durante la Festa del Lavoro, alcuni banditi spararono sulla folla e uccisero 12 persone, ferendone più di 30. In quella circostanze si compì la strage di Portella della Ginestra: per molti, il primo grande mistero dell’Italia repubblicana.
I colpi, come si seppe in seguito, furono sparati da Salvatore Giuliano, il leggendario bandito di Montelepre, protagonista del dopoguerra criminale in Sicilia e dalla sua banda; non si è mai saputo, invece, il movente di quell’eccidio, chi lo abbia ordinato e chi abbia coperto le indagini successive.

Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari”, racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Petta, l’ultimo sopravvissuto alla strage dei contadini di Portella della Ginestra, che fece 12 morti e 27 feriti. “Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito – continua -. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare”.

“A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari – spiega Petta -. Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame”.

 

All’epoca quasi tutti i ragazzi di Montelepre lavoravano nel mercato nero e tra questi, in particolare, spiccavano due personaggi: Gaspare Pisciotta (soprannominato ‘Aspanu‘ dagli amici, nato a Montelepre nel 1924), più volte fermato dalla Polizia e Salvatore Giuliano (nato nel 1922, a quell’epoca ancora solo un giovane contadino). Quest’ultimo, per sfamare la sua famiglia era disposto a tutto, tanto che il 3 settembre 1943, all’età di ventun’anni, scambiò qualche chilo di frumento per una pistola.
Le forze dell’ordine avevano già sequestrato il grano a Giuliano più di una volta, ma questo non servì a fermarlo: tutt’altro. L’episodio che lo trasformò in un latitante avvenne proprio quel 1943, quando, fermato ad un posto di blocco mentre trasportava due sacchi di frumento, i militari gli spararono sei colpi di moschetto. Due proiettili lo colpirono al fianco destro facendolo cadere a terra, ma il giovane reagì sparando ad un carabiniere che rimase ucciso. Da qui ha inizio la storia di Salvatore Giuliano e della sua banda.


Durante la fuga nella macchia a Giuliano cadde la giacca dove era nascosta la sua carta d’identità che fu trovata dalla polizia e, da quel momento, il bandito divenne un ricercato a tutti gli effetti. Prima di rifugiarsi tra le montagne di Montelepre Giuliano liberò a Monreale alcuni detenuti e formò una banda, la sua banda.
Trovato un rifugio, su quelle montagne li raggiunse anche Gaspare Pisciotta (arruolatosi tempo prima nell’esercito e catturato mentre combatteva contro i tedeschi), che nel 1945 era tornato dalla prigionia in Germania e da quel momento diventò il braccio destro del bandito Giuliano. Le attività di tutte le bande che in quegli anni infestavano le montagne della Sicilia consistevano in furti di bestiame, rapine, sequestri, ricatti e omicidi. In poco tempo, tuttavia, le forze dell’ordine riuscirono a sgominarle tutte, tranne quella di Salvatore Giuliano, che riuscì piuttosto a rafforzare la sua ascesa criminale.


I contadini hanno fame di terra: il mito Giuliano
Le zone intorno a Portella erano attraversate da un’antica tradizione rossa e di lotte per la terra che vedevano contrapporsi mafia e movimento contadino. Nell’immediato dopoguerra, nei latifondi dei grandi proprietari terrieri cominciò uno scontro durissimo per la decisione che fu presa a Roma, dal governo, circa l’ abolizione la mezzadria. La reazione dei contadini fu immediata: occuparono le terre dei proprietari e questo provocò gravi conseguenze che si trasformarono in veri e propri scontri a fuoco.
Da una parte i proprietari terrieri, che pur di non rinunciare ai loro privilegi, erano disposti anche ad usare il braccio armato della Mafia contro i contadini affamati; dall’altra i contadini che iniziarono a capire l’importanza dei loro diritti sulla terra grazie ai comizi politici che iniziarono nel 1944. Emblematico fu quello organizzato il 16 settembre di quello stesso anno, in cui il segretario del partito comunista in Sicilia, Girolamo Li Causi, affrontò le problematiche dei contadini davanti al capo della mafia di allora: Calogero Vizzini.

Fu un movimento di popolo straordinario– racconta Emanuele Macaluso, ex dirigente comunista siciliano- con scontri molto duri e violenti. Io nel ’44 accompagnai Li Causi a Villalba per fare un comizio dove non si doveva parlare perché c’era Calogero Vizzini e per la prima volta la mafia sparò. Spararono con le pistole e Li Causi fu ferito ad un ginocchio. Naturalmente contro i comizi e le manifestazioni del movimento contadino, la mafia, come d’abitudine, non poteva usare mezze misure: oltre alla protesta vennero stroncate decine di vittime tra sindacalisti e contadini. In quelle terre però si muoveva la banda di Salvatore Giuliano e la sua gente iniziava a guardarlo con la speranza di un riscatto contro i proprietari e contro la mafia. Giuliano per tutti divenne un giustiziere: il nemico dei ricchi che proteggeva i poveri, come fu definito da molti. La fama del bandito, nemico dei superbi e protettore degli umili dilagò rapidamente. Molti siciliani, non avendo nient’altro in cui credere, cominciarono a credere che Giuliano incarnasse lo spirito ribelle dell’isola.

Continua Emanuele Macaluso: ?Quindi cè un mito e in quelle zone il mito significa qualche cosa, significa che questo uomo da un canto è in grado di sfidare lo Stato e dall’altro canto è anche un uomo che pensa al popolo.
L’ascesa del MIS e Giuliano colonnello dell’Evis.
In quel periodo la mafia ebbe anche un ruolo decisivo nella vicenda del Movimento per l’Indipendenza Siciliana, di cui in qualche modo costituì il braccio armato con la massiccia presenza di mafiosi nell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia). All’indomani dello sbarco alleato nell’isola, il MIS proponeva addirittura di annettere la Sicilia agli Stati Uniti d’America, come 49° stato. Il movimento attribuiva all’Italia l’arretratezza, la miseria e tutti i mali della Sicilia. Ma il suo vero obiettivo era quello di lasciare immutate le secolari condizioni sociali dell’isola.


Ancora Malacuso racconta che ?un forte movimento separatista fu sollecitato e organizzato dagli agrari, fu sostenuto dalla mafia ed ebbe come guida politica Andrea Finocchiaro Aprile?.
Questa situazione, però, ebbe vita breve. Sopravvisse solo fino al settembre del 1945 quando il governo di unità nazionale ordinò l’arresto di Andrea Finocchiaro Aprile
Quando i separatisti si guardarono intorno per cercare qualcuno da usare appunto come strumento di ricatto violento sulle nascenti istituzioni, fu logico che si rivolgessero a Giuliano, e Giuliano fu nominato pomposamente colonnello dell’EVIS, e i suoi interlocutori politici furono sostanzialmente questi: i separatisti. racconta lo storico Salvatore Lupo.


Nell’EVIS Giuliano vide la possibilità del suo riscatto e dei crimini commessi. Nel quartier generale del bandito, a Sagana, a pochi chilometri da Montelepre, alcuni separatisti si recarono dal bandito per offrirgli il grado di colonnello, la bandiera dell’EVIS e la promessa di amnistia a vittoria separatista avvenuta.
Fu così che dal dicembre 1945 al febbraio 1946, la banda Giuliano iniziò così una serie di attentati contro le caserme dei carabinieri, provocando decine di vittime. Orami Giuliano non era più un bandito comune ma una sorta di terrorista che agiva sotto la bandiera politica del separatismo.
Ma in Italia le cose stavano per cambiare: il 4 gennaio 1947 Il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi si recò in America per un incontro con il Presidente Henry Truman. Quel viaggio per il nostro Paese risultava di fondamentale importanza perchè De Gapseri ricevette un assegno per la ricostruzione del paese in cambio di un impegno a combattere il comunismo. Dopo qualche mese il nuovo governo De Gasperi escluderà, per la prima volta dalla fine della guerra, comunisti e socialisti.
Dopo la vittoria delle sinistre in Sicilia, le stesse persone che avevano assoldato Giuliano nella causa separatista, gli chiesero di combattere il comunismo con un’azione dimostrativa. E l’occasione si presentò dieci giorni dopo la vittoria del Blocco del Popolo: proprio durante il primo maggio del 1947, quando circa duemila persone si diedero appuntamento nella piana di Portella della Ginestra per la Festa del Lavoro.


Portella della Ginestra e la strage
Quei duemila lavoratori si riunirono anche per manifestare anche contro il latifondismo, a favore dell’occupazione dei terreni incolti. Sull’onda della mobilitazione contadina che si era andata sviluppando in quegli anni le sinistre avevano ottenuto un successo significativo (come già detto), ribaltando il risultato delle elezioni per l’Assemblea costituente. La Democrazia cristiana era scesa dal 33,62% al 20,52%, mentre le sinistre avevano avuto il 29,13% (alle elezioni precedenti il Psi aveva avuto il 12,25% e il Pci il 7,91%).
Ma quella giornata di festa del primo maggio del ’47, si trasformò in una tragedia perché raffiche di mitra uccisero 12 persone e ne ferirono più di 30, molti dei quali donne e bambini. Solo qualche mese dopo si seppe che i colpi erano stati sparati dal bandito Salvatore Giuliano (colonnello dell’Esercito Separatista Siciliano) e dai suoi uomini. Si seppe anche dai rapporti delle forze dell’ordine sulla strage che gli elementi reazionari erano in combutta con i mafiosi locali.

Eppure già due giorni dopo la strage di Portella della Ginestra, l’allora Ministro dell’Interno Mario Scelba, rilasciò la prima dichiarazione ufficiale che affermava: ?Questo non è un delitto politico e non può essere un delitto politico, perché nessuna organizzazione politica potrebbe rivendicare a sé la manifestazione e la sua organizzazione?. Gli esecutori materiali vennero individuati da quattro cacciatori che quel primo maggio 1947 erano sulle montagne di Portella della Ginestra per una partita di caccia. Questi dichiararono di essere stati disarmati e sequestrati da un gruppo di uomini che poi si misero a sparare sulla folla. Tra loro un uomo con l’impermeabile bianco e il binocolo al collo che identificarono in seguito come Salvatore Giuliano.


L’incontro segreto tra Giuliano e Stern
Ad una sola settimana dalla strage, un giornalista americano di nome Mike Stern, residente a Roma, decise di condurre un’inchiesta su Salvatore Giuliano e riuscì ad incontrarlo tra le montagne, dove si rifugiava con la sua banda. Dopo tanti anni Stern racconta a ‘La Storia Siamo Noi’: Leggevo il Messaggero e c’era un articolo su un bandito’Non avevo nessuna idea di cosa era vero nel Messaggero’?

Una volta arrivato a Palermo l’8 maggio 1947, Stern si recò subito in Questura: Prima sono andato in questura e ho visto tutto il fascicolo su Giuliano e mi ha detto che lui era espatriato in Francia. Poi sono andato a Montelepre e nessuno, io chiedevo in quale casa abita Giuliano, mai sentito, nessuno sapeva niente?.
Fu il padre di Giuliano ad avvicinarsi al giornalista e a portarlo nella sua abitazione: ?Mi hanno bendato, qualcuno si è messo a guidare la mia jeep. Non so dove andavamo, ma Giuliano era da qualche parte forse dieci, quindici minuti distante dalla casa di Montelepre’Era un bel uomo, e l’impressione mia è che se lui non aveva il primo incidente, la sua vita sarebbe stata diversa, lui voleva fare l’impiegato delle telecomunicazioni.?
All’epoca, dopo l’incontro con il bandito, Mike Stern aveva sostenuto che ?Turiddu Giuliano se non uccidesse sarebbe la persona migliore di questo mondo.?
Durante il colloquio, per circostanze ancora sconosciute Mike Stern decise di non menzionare la strage di Portella e quindi di non portare avanti la sua inchiesta sul bandito Giuliano. Al contrario, il giornalista decise di lasciare la Sicilia e di tornare a Roma, dove, nella sede della stampa estera, in via della Mercede, cominciò a scrivere il suo articolo, con un taglio differente da quello che aveva immaginato prima del suo viaggio.


L’attacco al PCI
In Sicilia, intanto, Giuliano continuava a seminare il terrore tra i comunisti dell’isola. Durante la notte tra il 22 e il 23 giugno del ’47, la banda ricominciò a sparare. Questa volta, contro le sezioni comuniste e le Camere del Lavoro di Partitico: Cinisi, San Giuseppe Jato, Borgetto, Monreale, provocando due morti e decine di feriti.
Durante un conflitto a fuoco, avvenuto il 27 giugno del 1947, la Polizia riuscì finalmente a trovare un uomo della banda Giuliano, Salvatore Ferreri: ma il bandito in quello scontro venne ucciso, dai Carabinieri insieme a suo padre Vito, suo zio Antonino Coiraci e ai suoi compari Giuseppe e Fedele Pianelli.
In tasca, però, i poliziotti trovarono una lettera scritta proprio da Salvatore Giuliano destinata al Mike Stern, che però non lesse mai. In quella lettera Giuliano scriveva: Signor Stern, con i migliori auguri lo saluto caramente. Prego se gli è possibile fargli avere codesta al comando americano. La ringrazio infinitamente.?
Ed ancora: ?Egregi signori, Non credeti che sia quel bandito che il governo italiano naturalmente dovrà chiamarmi. E mi credeti tali di poter lottare anch’io quei vili rossi. Se qualcuno di voi venite, vi prego non venire in divisa ma vestiti in borghesi, anche per maggior sicurezza vi fareti accompagnare dallo stesso Stern?.
La ovvia domanda che venne posta in seguito fu la seguente: cosa c’entravano gli americani con le vicende del bandito Giuliano’ A quella lettera il segretario comunista Li Causi rispose così: Tu sei perduto, la tua vita è finita; sarai ucciso o a tradimento dalla Mafia, che oggi mostra di proteggerti, o in conflitto dalla polizia. Denunzia alto e forte con tutti i particolari, con quella precisione che i lunghi affanni e le notti insonni hanno scolpito nella tua memoria, chi ha armato la tua mano, inchioda alla loro responsabilità tutti coloro che ti hanno indotto al delitto, e che ora ti abbandonano e ti tradiscono.?

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