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Roma, ragazzo di colore minacciato e insultato da razzista davanti all’Auchan

Roma, ragazzo di colore minacciato e insultato da razzista davanti all’Auchan

Di Lorenzo Di Maria

Roma, 13 luglio. Il clima d’odio che monta nel Paese non lo capisci finché non lo vivi in prima persona. Non sui social, ché lì è pane quotidiano, ma dal vivo, per l’esattezza all’uscita del centro commerciale Auchan, dove ieri si è verificato, nel generale disinteresse, l’ennesimo episodio di razzismo.

Siamo a Casal Bertone, piccolo quartiere romano, un tempo teatro di scontri tra collettivi studenteschi di estrema destra e di estrema sinistra. Ma la conflittualità aperta è venuta meno ormai da anni e ciò che resta è un quartiere tranquillo, pacifico, un’oasi paesana nella metropoli. Ma se c’è un luogo a Casal Bertone in cui la Città è sensibilmente presente quello è l’Auchan, crocevia di consumatori di ogni tipo provenienti da ogni dove.

Ero anche io tra questi, quel sabato pomeriggio. Facevo compere e approfittavo di una degustazione lì allestista in attesa che, all’esterno, il temporale estivo si placasse. Un ragazzo di colore, massimo 25/26 anni, elemosinava qualche monetina di fuori. Non lo faceva passivamente, tendendo la mano o il cappello, ma – come spesso capita di vedere da anni a Roma – lo faceva attivamente, ripulendo i marciapiede dalla sporcizia, dalle foglie cadute, dai mozziconi di sigarette. Arriva il diluvio, il lavoro è incompleto, decide di aspettare lì, riparandosi sul sagrato di quel tempio elevato al commercio. Resta quindi seduto al coperto, sulle scalette di ingresso o uscita del centro commerciale.

Smette di piovere, esco: posso tornare a casa. Ma mi accorgo che qualcosa non andava. Quel ragazzo, rimasto seduto fino alla fine del temporale, si alza, torna alla sua scopa, e viene letteralmente assalito da un uomo. Il video riporta solo una parte dell’accaduto e i rumori della città coprono inevitabilmente le parole in un italiano barcollante del cinquantenne in polo rossa e cappellino, mentre ancor meno percepibile è l’eco che fa alle vessazioni di quest’ultimo sua moglie, nascosta dietro l’angolo. Resto lì a riprendere la scena, pronto a chiamare aiuto nel caso in cui dagli insulti si fosse passati alle mani.

Mi pento di non aver agito, mi vergogno della mia viltà, ma non avevo speranza alcuna di difendere quel ragazzo né con le parole né coi cazzotti, vani – i miei, di ragazzo esile – contro quell’uomo rabbioso, forse anche ubriaco. Ho pensato quindi che per aiutare il malcapitato fosse meglio raccontare la vicenda che lo ha reso oggetto di vessazioni, testimoniarne il dramma di ragazzo insultato da un uomo adulto per il suo colore della pelle. Di più non potevo fare. C’era altra gente lì, a pochi centimetri: qualcuno parlava del più e del meno, altri due uomini passano letteralmente in mezzo allo scontro nella più totale indifferenza. Impotenza (la mia), disinteresse (il loro), e quel ragazzo – non mi stancherò mai di ripeterlo: un semplice ragazzo – era solo.

Solo, eppure coraggioso, fiero. Mi ha stupito il suo atteggiamento: impettito, mento in alto, sbuffava ma non sembrava spaventato, alzava le spalle ma non si muoveva di mezzo metro rispetto alla sua posizione. Di fronte a lui, uno stronzo: “negro”, “scimmia”, “tornatene in Africa”. Insulti totalmente gratuiti: il giovane di colore non aveva fatto nulla, non aveva detto nulla. La sua colpa? La pelle e il fatto di elemosinare qualche spiccio facendo un “finto lavoro”. “Perché – chiedeva l’uomo – non ti trovi un vero lavoro? Perché eri seduto sulle scale [ndr: pioveva fino ad un istante prima]? Io ti prendo la testa e te la spacco sui gradini”. E la moglie: “Lui – il marito – lavora tutto il giorno e non può arrivare all’Auchan e trovare uno come te a bivaccare”. Mi sono limitato a trascrivere in italiano quegli ululati, ma non ho aggiunto né tolto nulla. Era chiaro si trattasse di un uomo dell’est, razzista, forse un suprematista bianco, di certo incazzato nero contro quel ragazzo sui cui riversava tutto il suo odio, tutta la sua ignoranza, e molto probabilmente tutta la sua frustrazione di persona povera. E i poveri ad oggi, si sa, se la possono prendere solo coi più poveri.

La scena dura molto più dei sessanta secondi del video di scarsa qualità che ho registrato. Alla fine l’uomo in rosso si allontana. La moglie resta lì dietro l’angolo ma io ne approfitto per avvicinarmi al ragazzo, mettergli una mano sulla spalla, chiedergli come stava. Mi risponde “ok” e, portandosi la mano al petto, mi dice “grazie”, ripetendolo tre volte. L’innaturale fierezza lascia il posto ad un volto e una posizione del corpo che meglio si addice ad un mio coetaneo. Ma sono gli occhi che mi sconvolgono: gonfi di lacrime, spaventati, ma anche avvezzi a quelle situazioni, abituati ad essere gli occhi di un semplice ragazzo vittima di un mondo sempre più incivile, sempre più crudele. Sono gli occhi di una persona che ha vissuto il distacco dai suoi cari e dalla sua terra, che forse ha vissuto la Libia, sicuramente la traversata in mare: difficoltà ben più gravose del fronteggiare un deficiente che ti urla in testa davanti all’Auchan. Quegli occhi in quel momento hanno ringraziato me, un vigliacco impotente, perlomeno vicino al loro dramma. Ma ero io a dover ringraziare quegli occhi che, in un singolo istante, mi hanno mostrato l’immagine autentica di quell’Umanità che nella società occidentale, del benessere e dei grandi centri commerciali, abbiamo perso.

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