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Trieste- 23 aprile del 1944 -La strage di via ghega

Trieste- 23 aprile del 1944 -La strage di via ghega

L’ esecuzione avvenne di buon mattino e sembra durasse piuttosto a lungo nonostante la cruda semplicità del cerimoniale. Una delle vittime – lo studente Marco Eftimiadi di ventidue anni – venne prelevato dall’ infermeria del Coroneo alle sette del mattino, ma sembra ch’ egli sia stato uno degli ultimi a salire il patibolo. Citiamo il suo nome, fra i tanti, perché sulle sue ultime ore abbiamo raccolto qualche testimonianza. Era stato arrestato in seguito alla delazione di un rinnegato: sorte ch’egli ebbe in comune con moltissime altre vittime di quegli anni terribili. Si trovava al Coroneo già da un mese. Un mese d’ inferno, fra continue intimidazioni e torture. Non parlò, non fece un nome, non disse nulla che potesse compromettere la causa. Quando vennero a prelevarlo, quella mattina, disse ai suoi compagni di prigionia che non gli importava di morire: “Mi vendicheranno” – disse. Ma parlò senza odio nella voce come se dicesse una cosa ovvia

I Corpi appesi alla balaustra della scala a villa Gheghe dei prigionieri politici

Ancora da quell’ articolo:  Il giorno stesso della strage, quando i familiari delle vittime giunsero alle porte del carcere per recare i soliti pacchi ai detenuti, questi furono respinti. Chi chiedeva notizie del suo caro riceveva una sola risposta: “Non è più qui”. Senza altra indicazione o commento. Molti attesero la fine della guerra con la speranza di veder ritornare il loro caro da un campo di concentramento. Ma qualcuno sospettò subito quanto era avvenuto e ne ebbe tremenda conferma passando di fronte al tragico palazzo di via Ghega, alle cui finestre vide penzolare il corpo inanimato del figlio, del fratello o della moglie.

Sulle modalità dell’esecuzione si hanno due diverse versioni. Vi è chi afferma che le vittime predestinate giunsero sul luogo del sacrificio già quasi incoscienti per l’effetto del gas che sarebbe stato immesso nei camion durante il trasporto dalle carceri a Palazzo Rittmeyer: altri i dice che i martiri affrontarono il sacrificio con piena coscienza e che il loro comportamento fu eroico. A gruppi di cinque salirono l’ ampio scalone, dovettero quindi montare, spinti dai boia nazisti, sulla ringhiera di marmo e furono infine scaraventati nel vuoto con al collo un nodo scorsoio. Quando non ci fu più posto e non vi furono più colonnine della balaustra per sostenere altri corpi, i tedeschi trovarono subito altre forche improvvisate e i cappi vennero fissati alle imposte delle finestre e agli armadi a muro. Cinque giorni più tardi, un gruppo di SS veniva inviato sul posto a recidere con la baionetta le corde che sostenevano ancora i corpi dei martiri, e questi caddero nella tromba dello scalone, ove erano ad attenderli altri SS per gettarli nelle bare

La rappresaglia fu compiuta a seguito di un attentato dinamitardo nel cuore di Trieste, nel centralissimo
edificio di palazzo Rittmeyer, in via Ghega, che i tedeschi avevano trasformato in Casa del Soldato tedesco –Deutsches Soldatenheim – , un circolo destinato a mensa per le truppe tedesche. Protagonisti della vicendadue partigiani azeri, Mirdamat Sejdov (nome di battaglia Ivan Ruskj) e Methi Husein Zade (nome di battaglia Mihajlo), soldati russi ex prigionieri, disertori della Wehrmacht in cui erano stati arruolati passati nelle file partigiane dell’esercito jugoslavo di liberazione. Si tratterebbe degli stessi partigiani che venti giorni prima avevano compiuto un attentato al cinema di Opicina – una delle principali frazioni della città di Trieste sul Carso – che aveva causato la morte di sette soldati tedeschi e la conseguente rappresaglia con la fucilazione di 71 persone. L’esplosione, secondo il rapporto dei carabinieri, avvenne alle ore 13,25 e danneggiònotevolmente vari locali dell’edificio. Il numero delle vittime tra i tedeschi non è definito in modo preciso negli atti ufficiali anche se la versione data dai tedeschi fu di 5 morti. Il 24 aprile il responsabile della Croce Rossa comunicava che erano state impiegate 5 autoambulanze e un camion attrezzato per sgomberare il più presto possibile la zona dell’attentato, «come la gravità del fatto richiedeva». Complessivamente vennero autotrasportati 21 militari tedeschi, 1 donna tedesca e 5 civili, tra cui 2 uomini e 3 donne. In totale furono coinvolti nell’esplosione 27 persone. Tra le vittime una passante triestina, certa Gina Valente. La reazione tedesca all’attentato fu istantanea e feroce. Nella notte venne stesa una lista di 51 nomi di detenuti politici delle carceri del Coroneo. La mattina seguente questi vennero caricati alla rinfusa sugli automezzi e portati sul luogo dell’attentato, dove furono impiccati.


Una lapide, posta sulla facciata ricorda l’eccidio: “Alle finestre e lungo le scale di questo palazzo, il 23 aprile
1944, cinquanta pendenti salme di martiri mostrarono alla città inorridita, la ferocia dell’irato germanico
tiranno ciecamente sfogata su uomini di liberi sensi inermi prigionieri in sue mani. A perpetuo ricordo dei
sacrificati pose il Comune – 23 aprile 1947.

I condannati furono trascinati su per lo scalone del palazzo a gruppi di cinque, fatti montare sulla
balaustra di marmo e quindi scaraventati nel vuoto con al collo il nodo scorsoio. Quando le ringhiere non
furono più sufficienti per contenere tutti i corpi delle vittime, si pensò di appenderli alle finestre, nelle
stanze, nei corridoi e persino negli armadi. Per cinque giorni i corpi furono lasciati penzolanti a monito per la popolazione triestina. I tedeschi impiegarono gli uomini della Guardia Civica per il servizio di guardia ai corpi delle vittime che furono poi portati al cimitero di S. Anna.

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